BODY CIRCUS

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body circus

Dell’ostensione e dell’ostentazione del corpo l’arte contemporanea ha fatto vangelo. Almeno per una parte significativa e in certi momenti dominante, il corpo è stato e continua a essere il luogo privilegiato, il Sancta Sanctorum del conflitto: “l’arte sceglie il corpo, un corpo usato, usurpato, abusato, mostrato, un corpo tagliato, ferito, drammatizzato, un corpo come perdita di sé, il corpo di Artaud e dell’atto di crudeltà, il corpo senza organi di Deleuze e Guattari, il bio-potere come disciplinazione culturale dei corpi di Foucault, il corpo che lotta, che si ribella, che indica la fuoriuscita dalle coercizioni del potere e che evidenzia i rapporti intrattenuti dai poteri/saperi sui corpi”. Tutto questo perché, sempre con le parole di Francesca Alfano Miglietti, “il corpo è, per il potere, la sede privilegiata su cui far transitare i bisogni e i desideri, processi fisiologici e metabolismi, attitudini da controllare e reprimere”. Corpo, dunque, come sede del controllo sociale e della repressione, corpo come “carnaio di segni”, come lo definisce Foucault e, per l’arte contemporanea, segno per antonomasia. Tuttavia, nonostante la dominanza di tale segno, non mancano artisti che sono riusciti, in un processo di sottrazione e occultamento del corpo, a comunicare tutta l’angoscia e la frustrante alienazione della contemporaneità negando la fisicità dei corpi e l’evidenza dirompente delle sue icone. È più efficace la rappresentazione della morte nei particolari anatomici fotografati da Andrés Serrano in un obitorio americano, che attraggono per il loro rigore formale e, allo stesso tempo, provocano repulsione per il loro crudo e raccapricciante contenuto o, piuttosto, gli algidi, asettici e vuoti ambienti fotografati da Lucinda Devlin, patinati quanto possono essere quelli di una rivista di arredamento, ma che altro non sono se non le “camere della morte” di diversi penitenziari americani, immortalati nella loro glaciale e intollerabile “pulizia” e nella loro disumana efficienza? E come interpretare i più recenti utilizzi del corpo in performance che ripropongono pratiche antiche come il fachirismo, la body modification, il cutting, la body suspension, la bloody art, per arrivare ai nuovi artisti del bondage e dello shibari,  in cui il corpo umano, anche se essenziale, diventa oggetto, mentre il soggetto che parla e si muove è la “corda”, appendice canapacea dei nervi del corpo? Protesi di varia natura in grado di esaltare quel corpo ibridato, trasfigurarlo, o paralizzarlo, e comunque di farlo rinascere sotto un’altra forma ed essenza, o con cui, prende vita l’essere di domani, al di là di ogni definizione sessuale o di genere. È questo body circus, spettacolo di provocazione, fatto di scarnificazioni, menomazioni ed erotismo, che non vuole spettatori, ma esige testimoni e complici, in cui gli artisti si violentano e auto torturano, lacrimano sangue, si fanno appendere con delle catene agganciate alla schiena, fondendo reale e surreale tra voyerismo ed esibizionismo. Esasperazione dettata dalla moda, roba per fuorviati e guardoni o, piuttosto ricerca di una identità non omologata al sistema, antidoto al declino,  trasgressione volta a sovvertire le convinzioni in materia d’espressione artistica? O, chissà, l’ennesimo sberleffo dell’arte contro una contemporaneità malata e della cui malattia anch’essa è, al contempo, testimone e complice?
Chiara Schirru –  Ivo Serafino Fenu

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MICHELE MEREU

Michele Mereu nasce a Siamaggiore (OR) nel 1954. Dai primi lavori figurativi degli anni ’70 a quelli concretisti e polimaterici dei decenni successivi, diviene ideatore e animatore di Askòsarte, progetto di arte contemporanea che esplora il rapporto sempre più stretto tra l’espressione artistica e le aree ai confini dei generi. Poliedrico nella sua produzione, disubbidiente al filo conduttore univoco, volutamente lavora in maniera incoerente attraversando tutte le discipline artistiche senza fare distinzione tra linguaggi espressivi, preferendo, tuttavia, in questi ultimi anni, dedicarsi al video e alla fotografia digitale.

Propter Deum, 2014, fotografia digitale, cm 60X40

Non deve stupire se tra le fonti di ispirazione primarie per l’artista contemporaneo, soprattutto per colui che fa del corpo l’oggetto della sua ricerca, vi siano ambiti tanto diversi e apparentemente lontani quali il sacro – l’iconografia cattolica in primis –, e l’immagine pornografica, in tutte le sue oramai inclassificabili declinazioni. Di tale uso e abuso imputabile a entrambe, seppur con finalità affatto diverse, Michele Mereu dà conto nelle sue opere recenti, istituendo parallelismi e contiguità irriverenti quanto perturbanti ma, allo stesso tempo, disvelando ciò che spesso si preferirebbe non vedere: il martirio che conduce alla santità e la sua ostensione, come modello per la salvezza dell’anima, sono connessi con gran parte delle pratiche S/M e bondage, ben più terrene, attraverso la mortificazione della carne, nella ricerca del godimento.
Ivo Serafino Fenu