L’anima del paesaggio

13 Settembre 2025

L’anima del paesaggio è un percorso espositivo che mette in dialogo una selezione di opere di autori del passato e di artisti contemporanei.

Cos’è

L’anima del paesaggio è un percorso espositivo che mette in dialogo una selezione di opere di autori del passato e di artisti contemporanei. La mostra si articola in alcuni nuclei principali dai quali emergono diversi linguaggi, per mezzo di fotografie, installazioni, video e dipinti.

Esperire una mostra non è un atto fisico, ma un’esperienza che richiede soprattutto disponibilità, volontà, affinché possa trasformarsi in un vero e proprio viaggio di scoperta che diventa conoscenza e appartenenza. Il primo corpo in mostra presenta un simbolico spazio di mare in cui navigare. Carte, fari, stelle e punti di riferimento diventano elementi che interrogano il significato delle forme e aprono nuovi orizzonti narrativi. L’opera d’arte non si impone mai, invita, resta sulla soglia, suggerisce un dialogo silenzioso e offre al visitatore una possibilità. Come una nave robusta che rinnova i suoi legni lungo il viaggio, ogni opera è un caos abitabile, capace di approdare in mondi temporanei, mete provvisorie di appartenenza Le due parole chiave individuate per questo incontro sono anima e paesaggio ma potrebbero essere ovviamente infinite. Attraverso l’anima, quel soffio vitale che rende immortale un’opera, si può esplorare e creare un paesaggio narrativo che si sostanzia grazie al gesto iniziale dell’artista. La conclusione, però, è sempre negli occhi di chi guarda. Il viaggio prosegue nella scoperta di un passato recente: tra monti, colori, forme, odori e suoni. Un tuffo nel tempo da cui emergono frammenti di identità e memoria storico- artistica. Il transito verso il mondo contemporaneo è invece un salto quantico. Una frantumazione stilistica, tematica e psichica conduce in intricati labirinti esistenziali. Disorientamento, smarrimento, incredulità, sospensione temporale e piacere, sono solo alcune delle infinite sensazioni a conclusione del viaggio che ci ha preparato alla nostra rinascita. Non importa da dove il viaggio abbia inizio, né da quale porto la nostra nave interiore scelga di partire. Ciò che conta è che cominciamo a viaggiare.

Michele Mereu_opera in mostra

Come in un sogno

Hotel Mistral2 – Oristano

articolo di Antonello Carboni

A guardare le opere di Michele Mereu si resta incantati. Traspare dalla sua pittura quanto sia un meraviglioso e serio gioco, ma non l’unica cosa, e soprattutto non fine a sé stesso. Gioca per nascondersi, ma anche per trovarsi, soprattutto davanti a quel profondo desiderio di comunicare la sua interpretazione del mondo. Cerca risposte che non hanno, in origine, domande precise; come un flusso costante, le mette a fuoco mentre dipinge e, per mezzo dell’espressione grafica, coglie il senso ultimo di una realtà che si gioca al di là dell’opera stessa. Chi osserva il suo lavoro deve andare in giro fra i meandri della tela a stanare quel bambino che l’ha dipinta, e che gaio si è portato dietro con sé la chiave di quel linguaggio cifrato, che a chi la ritroverà offrirà la possibilità di riconoscere il filo che gli permetterà di uscire dai labirinti di senso prodotti da immaginifiche figure. Nella vita vera, Michele non si prende troppo sul serio e non gli piace scandagliare troppo il “fondo” delle cose, almeno a parole, ma con la pittura rivela tutta la sua intimità e si manifesta come un fuoriclasse, senza risparmiarsi nulla. Ti trovi davanti alle sue opere enigmatiche, dalle mille risposte, ma soprattutto ti pongono infiniti quesiti. Sposti lo sguardo su un dettaglio e già il precedente si è nascosto di nuovo, e quando si ri-vela ancora, è già cambiato. È un continuo nascondersi e manifestarsi, vero e falso, vero o falso, e non capisci se sia più vera l’opera in tutta la sua apparenza oppure la realtà in tutta la sua falsità. Di sicuro sono vere entrambe. Michele ha 71 anni, portati come un ragazzo. È patito di Bosch, ma anche di tutto ciò che gli permetta di dare forma alle sue idee. Passato e contemporaneo si fondono in un linguaggio che possiamo abitare, come la musica che ascoltiamo, come le canzoni che cantiamo: perché là dentro, in quell’universo così infinitamente breve ed esteso, troviamo tutto noi stessi, la nostra variabilità del pensare e dell’agire, dell’essere in quel dato momento. Il nostro artista, originario di Siamaggiore ma residente a Solarussa da sempre, ha amato fin dall’infanzia la matita e il disegno, che non lo hanno mai abbandonato. Gli schizzi sui banchi di scuola, a casa, e dopo gli studi: la matita è diventata un pennello. Surrealismo, distopie, mondi senza tempo di uno spazio magico, assonanze cromatiche e dissonanze formali, e poi Magritte, Ercole de Roberti, Bosch, Possenti, chi più ne ha più ne metta, ma soprattutto Michele Mereu. Le sue opere sono inconfondibili: la sua cifra stilistica è una firma. Tutto ricorda tutto, ovviamente. Anche i nostri gesti, i nostri modi, le nostre espressioni ricordano altro, perché dal nulla non viene nulla. A Michele non importa se ricostruisce un cosmo che potrebbe avere anche lontane radici nel Quattrocento, in quei tanti piccoli dettagli che, per esempio, il Maestro della Maddalena Assunta era capace di elaborare tracciando i segni di un mondo incantato tra mito e realtà. Lui tira dritto per la sua idea, la sua convinzione del momento, in merito a un ricordo, un fatto storico, una faccenda di cronaca, un frammento di vita vissuta, che lo ha contrariato oppure estasiato. Non è solo un artista, ma anche un operatore culturale che per vent’anni ha portato avanti il progetto AskosArte, in quella casa-studio-museo di Solarussa che ha ospitato numerosi artisti, anche di rilievo internazionale. Ma oggi Michele è in mostra, all’Hotel Mistral 2 di Oristano, in Come in un sogno, un itinerario pittorico curato dalle doti e dalla fantasia di Simone Cireddu, in una struttura che non è esclusivamente un’isola dove trovare alloggio, ma un luogo che si sforza di promuovere nei suoi spazi l’ospitalità della cultura, non solo ai turisti. Un’iniziativa lodevole e un’occasione da non perdere in un viaggio a costo zero attraverso 25 opere.

A guardare le opere di Michele Mereu, artista originario di Siamaggiore ma residente a Solarussa da sempre, si resta incantati. Traspare dalla sua pittura quanto sia meraviglioso il suo serio gioco, ma non l’unica cosa, e soprattutto non fine a sé stesso. Gioca per nascondersi, ma anche per trovarsi, soprattutto davanti a quel profondo desiderio di comunicare la sua interpretazione del mondo. 

Cerca risposte che non hanno, in origine, domande precise; come un flusso costante, le mette a fuoco mentre dipinge e, per mezzo dell’espressione grafica, coglie il senso ultimo di una realtà che si gioca al di là dell’opera stessa. Chi osserva i suoi lavori deve andare in giro (fra i meandri della tela) a stanare quel bambino che l’ha dipinta, e che, gaio, si è portato dietro con sé la chiave di quel linguaggio cifrato, che a chi la ritroverà offrirà la possibilità di riconoscere il filo che gli permetterà di uscire dai labirinti di senso prodotti da immaginifiche figure.

Nella vita vera, Michele non si prende troppo sul serio e non gli piace scandagliare troppo il fondo delle cose, almeno a parole, ma con la pittura rivela tutta la sua intimità e si manifesta come un fuoriclasse, senza risparmiarsi nulla. Ti trovi davanti alle sue opere enigmatiche, dalle mille risposte, ma soprattutto ti pongono infiniti quesiti. Sposti lo sguardo su un dettaglio e già il precedente si è nascosto di nuovo, e quando si ri-vela ancora, è già cambiato. È un continuo nascondersi e manifestarsi, vero e falso, e non capisci se sia più vera l’opera in tutta la sua apparenza oppure la realtà in tutta la sua falsità. Di sicuro sono vere entrambe.

Uno scorcio della mostra all’Hotel Mistral 2 di Oristano dei quadri di Michele Mereu

Michele ha 71 anni, portati come un ragazzo. È patito di Bosch, ma anche di tutto ciò che gli permetta di dare forma alle sue idee. Passato e contemporaneo si fondono in un linguaggio che possiamo abitare, come la musica che ascoltiamo, come le canzoni che cantiamo: perché là dentro, in quell’universo così infinitamente breve ed esteso, troviamo tutto noi stessi, la nostra variabilità del pensare e dell’agire, dell’essere in quel dato momento. Il nostro artista ha amato fin dall’infanzia la matita e il disegno, che non lo hanno mai abbandonato. Gli schizzi sui banchi di scuola, a casa, e dopo gli studi: la matita è diventata un pennello.

Surrealismo, distopie, mondi senza tempo di uno spazio magico, assonanze cromatiche e dissonanze formali, e poi Magritte, Ercole de Roberti, Bosch, Possenti: chi più ne ha più ne metta, ma soprattutto Michele Mereu. Le sue opere sono inconfondibili: la sua cifra stilistica è una firma. Tutto ricorda tutto, ovviamente. Anche i nostri gesti, i nostri modi, le nostre espressioni ricordano altro, perché dal nulla non viene nulla. A Michele non importa se ricostruisce un cosmo che potrebbe avere anche lontane radici nel Quattrocento, in quei tanti piccoli dettagli che, per esempio, il Maestro della Maddalena Assunta era capace di elaborare tracciando i segni di un mondo incantato tra mito e realtà. Lui tira dritto per la sua idea, la sua convinzione del momento, in merito a un ricordo, un fatto storico, una faccenda di cronaca, un frammento di vita vissuta, che lo ha contrariato oppure estasiato.

Non è solo un artista, ma anche un operatore culturale che per vent’anni ha portato avanti il progetto AskosArte, in quella casa-studio-museo di Solarussa che ha ospitato numerosi artisti, anche di rilievo internazionale. Ma oggi Michele è in mostra, all’Hotel Mistral 2 di Oristano, in Come in un sogno, un itinerario pittorico curato dalle doti e dalla fantasia di Simone Cireddu, in una struttura che non è esclusivamente un’isola dove trovare alloggio, ma un luogo che si sforza di promuovere nei suoi spazi l’ospitalità della cultura, non solo ai turisti. Un’iniziativa lodevole e un’occasione da non perdere in un viaggio a costo zero attraverso 25 opere.

Antonello Carboni

come in un sogno

Pittura perturbante e malinconica, innervata di surrealismo romantico e serpeggiante ironia più o meno dark: delicate e spaesanti pitture acriliche su tela, tavola e carta, in gran parte di recentissima produzione. Come in un sogno enigmatico e misterioso, ludico e terribilmente serio: surrealista vero, Michele Mereu origina e consente allestimenti e itinerari installativi festosi e giocosi, sospesi tra tenebra e luce accecante, horror vacui e horror pleni. Intorno a un ristrettissimo nugolo di datate pitture ha preso l’avvio un’intensa indagine pittorica della durata di otto mesi, dall’ottobre del 2024 al maggio del 2025. Visioni oniriche, giardini delle delizie, trittici, quadrittici e almeno una quadreria. Sogni e divagazioni su tela, tavola e carta, come fosse un’unica opera poetica: Michele Mereu orchestra microcosmi inusuali e incantati. E divampa il sublime, in un’oscillazione incostante tra il meraviglioso e l’inquietante. Le sue sono semplicemente complesse favole visive immerse in liquidi sterrati terrosi, cieli a sprazzi, giardini, foreste pluviali e boschi. Tra le trame incantate, aleggia il fantasma di Hieronymus Bosch con il repertorio di tutte le sue bizzarredrôleries. Un elefante in riva al mare, la colazione della scimmia, l’iguana sull’erba. Poi uomini con becco, veicoli volanti d’antan, altri teriantropi. Nel mentre, un bradipo appeso a un albero ci scruta con fervore. Come in un sogno. Paesaggi smisurati, trasformazioni, deformazioni, metamorfosi e stralunate mutazioni. Niente è normale perché – come racconta Michele Mereu – la normalità è la cosa che più mi fa spavento. Sinuosi tocchi fusiformi di pennello originano neri e leggeri sirfidi che volteggiano, spostandosi irrequieti da un quadro all’altro, larve di future rinascite. Sposalizi di vertigini e surreali labirinti onirici sul baratro del senso, verso direzioni senza vie d’uscita. C’è qualcuno? Son qui! Sono sempre innervate di ironia dissacrante e di perfida malinconia, le pitture visionarie e fantastiche del funambolo Michele Mereu. D’improvviso ecco che gli sfondi e gli scenari fuoriescono dalle tele e dalle tavole e prendono il sopravvento: il pittore mette in abisso frammentati brandelli di vegetazione e capovolge tutto, ingrandisce e concretamente astrae lacerti verdi, grigi e bruni, zoomandoli fin dove può arrivare l’infinito. Sfuggono via, gli sfondi, si fanno spazio sulle bianche pareti e circondano gli umani, le scimmie e gli altri animali, assumendo la forma di sghembi trittici e quadrittici. Predelle spaiate di una pala d’altare, finestre aperte sui boschi circostanti e su qualche limitrofo hortus conclusus. Larghe pennellate ora liquide acquose ora sature d’acrilico generano scheletri di foreste molteplici. Un accumulo di dettagli di giardini non all’inglese, vegetazioni spontanee, liane e macchie mediterranee, infrattate e incastrate lì tra i verdi, i bruni e i grigi dei cicli pittorica Zoom Garden e Magic Country. Colano via, gli sfondi si allargano. Si intrecciano fitti gli arbusti delle savane, ça va sans dire, al limitare delle oniriche visioni, Come in un sogno. Su quattro pareti del Mistral2 Hotel di Oristano Michele Mereu edifica camere meravigliose, attraversando seicento anni almeno di forsennate e dissennate pitture e suggestioni. Da Hieronymus Bosch a Henri Rousseau, da Paul Cezanne a Alberto Savinio, Max Ernst e Werner Herzog. Poi Paul Klee, Stéphane Mallarmé e Antony and the Johnsons. Un riverbero di uno smarrito codice miniato medievale e echi di chi c’è e di chi ancora non c’era. Nessun coacervo di bieche e abusate tracce di distopia è rintracciabile negli acrilici su tela, tavola e carta di Michele Mereu. Sono solamente spiazzanti favole surreali, magiche apparizioni e misteriosi enigmi. Come in un sogno.

Simone Cireddu

PAST>>>PRESENT

PAST>>>PRESENT

Chiara Cossu_Fabrizio Da Prà_Ilaria Marongiu_Michele Mereu

Cosa si nasconde dietro un processo creativo? La domanda è molto complessa e sicuramente non avrà mai una definizione univoca. L’individuo creativo è spinto dalla necessità di esprimersi, egli intraprende un percorso labirintico che porta o no in un ipotetico centro. C’è chi si prepara il percorso in maniera tattica perché vuole arrivare al centro, c’è chi ama soffermarsi ad osservare l’eleganza della muratura di questa straordinaria struttura che è la vita, l’esistente. L’idea allestitiva parte dalla scelta di mettere in relazione lavori dello stesso artista, appartenenti a diversi momenti del proprio vissuto. In questa azione relazionale tra opere, saranno presenti quattro percorsi, uno per ciascuno. L’incontro tra le opere avrà il compito di guidarci verso una comprensione più profonda del rapporto che intercorre tra le opere stesse, opere e fruitori, opere e artisti. Emergeranno aspetti indigeribili, indefinibili del fare arte dietro le quinte, in tal senso piegati al gioco degli specchi e delle riflessioni. L’obiettivo sarebbe far emergere un valore nuovo dove l’organico e il mentale possano fondersi per esprimere ciò che siamo. Qualcuno diceva che non ci si può bagnare per due volte nella stessa acqua di un fiume, la vita scorre e l’arte imprime le forme di infiniti istanti.L’artista spesso osserva chi si bagna nel fiume, dall’altra sponda.

Ilaria Marongiu

Michele Mereu_ Intervista di Benito Olmeo, rivista Ieri Oggi Domani

Michele Mereu Siamaggiore 1954. Dai primi lavori degli anni ’70 a ideatore e animatore di Askòsarte, progetto di arte contemporanea che esplora il rapporto sempre più stretto tra l’espressione artistica e le aree ai confini dei generi. Poliedrico nella sua produzione, disubbidiente al filo conduttore univoco, volutamente lavora in maniera incoerente, attraversa consapevolmente tutte le discipline artistiche senza fare distinzione tra linguaggi espressivi. Ha concentrato la sua opera sull’interpretazione della contemporaneità: il suo lavoro, che sia pittorico, fotografico o installativo, nasce da riflessioni e indagini di situazioni “reali“, ributtate, quando preme la tensione creativa, in nuovi tragitti per essere indagati. Attualmente ideatore e curatore di eventi di arte contemporanea con l’associazione Askòsarte. Il lavoro che Mereu fa con la fotografia, segue due tensioni, entrambe forti ed affascinanti: la ricerca delle proprie radici nel solco della tradizione e in ciò che ancora lega il tempo alla memoria, parallelamente lo smascheramento dell’illusione tecnica e di pensiero di ciò che oggettivamente viene presentato. Si respira nelle sue foto un racconto universale, in cui l’esplorazione dei modelli tramandati dalla tradizione del nostro passato ancestrale, costituisce solo un “espediente” per cercare di riportare a galla la sostanza di ciò, che attraverso altre sembianze, vive ancora, nella consapevolezza che esista un “continuum” spazio temporale che ci conduce dove siamo già stati, dove siamo, dove saremo.

Michele Mereu

DI BENITO OLMEO

MICHELE MEREU: SFUGGIRE DA OGNI TIPO DI CLICHÈ

In una tua intervista, leggo che il tuo percorso artistico nasce agli inizi degli anni 60, quando durante la valutazione della pagella elementare … lascio a te il proseguo di questo racconto singolare ed affascinante (per quanto mi riguarda)

Si, quella valutazione a distanza di 60 anni, devo confermare che si è rivelata esatta. In realtà era un libretto scolastico, che tuttora conservo, consegnato alla mia famiglia e sul quale vi era scritto l’indirizzo di studio che avrei dovuto intraprendere. Il libretto sentenziava la mia lacuna in Italiano scritto e parlato (sono giustificato per il contenuto dell’intervista) e che avrei dovuto proseguire con gli studi artistici. Indicazione che ovviamente la mia famiglia non prese mai in considerazione, forse per appartenenza ad uno status sociale che non prevedeva artisti in casa oppure semplicemente non erano stati in grado di capire. Infatti feci tutt’altro, finite le medie mi iscrissi ai geometri e mi ritirai dopo tre anni, dopodiché conseguì una specializzazione in contabilità che niente aveva a che fare con l’arte, scelte che comunque alla fine si sono rivelate utili per il mio percorso artistico, perché mi hanno fatto crescere in piena indipendenza e mi hanno spronato alla ricerca di altro.

Eclettico, trasversale, insofferente nella ripetizione tecnica del mondo dell’arte. Questi tratti ti hanno contraddistinto fin dagli esordi, oppure sono venuti col tempo e l’esperienza

Tutto ciò che si presenta come cliché, soprattutto nell’arte, mi annoia e mi disturba. Adoro gli artisti che si sanno reinventare continuamente. Credo che questo tratto mi appartenga fin dagli esordi, ricordo che anche nelle prime mostre, i lavori si diversificavano in tecnica e soggetti. Mi impegnavo a rendere l’esposizione più varia possibile. In seguito sono sopraggiunti altri strumenti, foto e video, che mi hanno aiutato a trovare forme nuove di espressione per la mia creatività.

Aperto, visionario, ricettivo, proprio queste caratteristiche ti permettono di fondare l’associazione no profit Askosarte. Di cosa si tratta e come e quando nasce l’idea di questo progetto per certi versi anche singolare


18 anni fa a Oristano non esistevano spazi espositivi che potevano darti la possibilità di esporre, i pochi locali erano a pagamento e destinati ai conosciuti dell’arte, tuttora la situazione non è cambiata. Una cosa si era capita subito, con urgenza era necessario di avere uno spazio espositivo sempre pronto ad accogliere idee, uno spazio dove poter agire in piena indipendenza. Abbiamo sempre creduto nell’assoluto bisogno di libertà dell’arte che rifugge cliché e confini troppo angusti ed è così che è nato il Project Space di Solarussa, sempre pronto per ospitare le idee dal giorno alla notte, prima che queste perdano la loro forza iniziale. Intenzionalmente trasversale ai luoghi istituzionalizzati per l’arte, la casa, ripulita e adattata a spazio espositivo, è diventata luogo protetto per gli artisti che insieme alla loro arte portano sé stessi e la loro intimità.
Ma lo spazio, anche se importante, non è imprescindibile. Prova ne sia il fatto che le nostre mostre sono state realizzate con il coinvolgimento di numerosi artisti, anche in altre locations. La sfida era, semmai, riuscire a creare degli happening al di fuori dei soliti percorsi dell’arte, e dunque, dalle sedi deputate per ospitarli. Perciò abbiamo utilizzato le torri costiere di Torre Grande, di San Giovanni di Sinis, la stazione ferroviaria di Solarussa, case padronali come Casa Sanna, ecc. Dopo la morte del presidente Skodino (mio amatissimo cane eletto presidente), la scomparsa della segretaria Mikra (la mia gatta) e infine la rinuncia dell’unico collaboratore umano per intraprendere altri progetti di vita, Askosarte ha esaurito le energie, si trova in uno stato dormiente in attesa che una spallata che smuova nuove energie e creatività.

“In certi momenti la pittura non mi basta, la fotografia e il video mi offrono gli strumenti congeniali per esprimermi in completa libertà di stile”. Questa tua affermazione mi piace molto, libertà da ogni vincolo e pensiero. Ci pprofondisci questo tuo concetto


La fotografia e i video mi hanno permesso di allontanarmi periodicamente dalla pittura, quando questa non soddisfava più la mia creatività. La mia curiosità e la voglia di studiare software di montaggio video ed elaborazione immagini mi hanno dato la possibilità di sondare territori creativi diversi e altrettanto affascinanti, proiettandomi in mondi diversi molto spesso introspettivi, nella fotografia spesso mi metto in gioco e ironizzo su me stesso. Nel tempo, per necessità dell’associazione, ho approfondito anche il linguaggio html e programmi di impaginazione, costruendo di sana pianta il sito Askosarte (che ora è in standby) e i cataloghi delle mostre. Tutto questo mi ha fatto sentire autonomo e libero.

Ritorniamo al discorso di Libertà, pensi che il tuo lavoro principale (in questo caso non la pittura), ti abbia permesso di esprimerti in modo sempre molto libero (artisticamente parlando) visto che vendere o non vendere a livello artistico per te ha un’importanza non rilevante.


Il lavoro da dipendente Ministeriale, mi ha sempre sostenuto economicamente. Ora non so dire con precisione cosa sarebbe stata la mia vita senza questo mio reddito economico, la vita è talmente sorprendente che non azzardo a fare ipotesi che sarebbero poco veritiere. Ho la certezza che questo mi ha permesso di vivere senza ansia per sopravvivere, ne consegue che non ho mai avuto la necessità di vendere i miei lavori o dipingere in funzione di compiacere agli altri. Quindi mi ha dato l’opportunità di liberare la mia creatività. Non ho mai avuto un attaccamento morboso ai soldi come non ce l’ho per i miei quadri, riesco a vivere con il poco che percepisco.

Mi affascina molto citare le tue affermazioni e questa è una di quelle che vorrei che tu mi pprofondissi per i nostri lettori. “Sono un pittore muto, non riesco a dar voce ai miei lavori, l’arte oratoria non mi appartiene, nel tempo perderò l’uso della parola e ne farò un uso strettamente necessario”.


Qui mi ricollego alla tua prima domanda, per me la lingua originaria è stato il sardo, quando sono arrivato alle elementari ho dovuto studiare l’italiano, un’altra lingua, per un bambino come me introspettivo, povero di famiglia dove si parlava, si pensava e si sognava in sardo, non è stato facile. Questa difficoltà mi ha seguito per il resto della vita. Ho dei problemi ad esporre in forma parlata i miei lavori, ma in fondo è meglio così, credo anche l’opera una volta realizzata, deve essere donata agli altri. E’ curioso e interessante quando gli altri raccontano e vedono in modo diverso dalla tua idea iniziale del quadro. Vivo abbastanza isolato, le occasioni con cui parlare con le persone, si restringono sempre di più per mia scelta. Parlo con me stesso e con i miei gatti e quando parlo con gli umani spesso mi trovo a dialogare con persone che si fanno le domande e si rispondono da soli, mettendosi al centro dell’universo e lasciandoti privo di spazi per poterti esprimere, quando lo fai non vieni ascoltato. Meglio i miei gatti.

Esiste un episodio della tua vita che ti ha segnato in modo particolare a livello artistico


No, non mi sovviene niente di così importante che abbia segnato il mio percorso artistico. Tutto i periodi negativi e positivi sono stati necessari e hanno contribuito a forgiare la mia personalità, rimango molto curioso seguo gli artisti correnti, molti mi piacciono e mi danno stimoli creativi.

Il digitale sta aprendo la possibilità di seguire eventi artistici anche a chi normalmente non ne usufruisce, pensi che le nuove tecnologie saranno il futuro anche a livello artistico e che le classiche mostre diverranno obsolete


Siamo già in piena era digitale, ritengo positivo la possibilità di seguire eventi artistici e mostre tramite l’web, non tutti hanno la possibilità di seguire le esposizioni fisicamente. Le mostre stanno diventando obsolete (forse lo sono da tempo), personalmente organizzo eventi da decenni e ho avuto la sensazione che ci sia sempre più disinteresse a riguardo, soprattutto verso l’arte contemporanea che non viene capita e non viene spiegata. Per questo motivo, gli artefici del settore dovrebbero rendere più interessanti e fruibili gli eventi con le giuste tematiche, per catturare anche chi non è del settore. Ad ogni vernissage si vedono sempre le stesse facce, diventano un’occasione per autocelebrarsi. Visitare comunque una mostra fisicamente non è comparabile con il vederla digitalmente. I quadri, i materiali, le installazioni, i colori e tutto ciò che fa parte di una esposizione, emanano altra energia vissuti dal vivo. Bisogna fermarsi ad osservare, impossessarsi mentalmente dell’opera, perdersi nei suoi dettagli e nutrirsi di essa per vivere meglio l’arte e la vita.

L’arte nel tempo è stata rivoltata, cambiata, ridimensionata per una ricerca continua, ma se dovessi chiederti cosa significa oggi per te ricerca artistica cosa mi risponderesti


Si dice che in arte che sia già detto tutto, ma rimangono le infinite possibilità che ogni artista e ogni individuo ha nel suo bagaglio umano. Tutto ciò che ci sembra scontato, in realtà nella sua realizzazione vi è tutta la diversità che ogni uomo possiede per natura. Somigliamo sempre a qualcuno, è ineluttabile, ma con quel qualcuno si viaggia probabilmente nella stessa lunghezza d’onda. Ricerca artista per me significa lavorare tanto (soprattutto mentalmente), dare uno sguardo all’universo dell’arte ma allo stesso tempo lavorare per personalizzare il proprio lavoro, non dare troppo spazio alla tentazione di compiacere, caricarlo di energia e soprattutto senza la paura di provocare disturbo allo spettatore (L’arte deve confortare il disturbato e disturbare il comodo… dice Banksy).

Cos’è per Michele Mereu la Libertà nella sua totalità e non riferita solo al mondo artistico

La libertà per me è paragonabile a quel periodo di vita vissuto da bambino, forse fino alle scuole medie.
Contrariamente ai bambini di oggi che per il doposcuola sono oberati di impegni imposti e compiti, io (con i miei coetanei) quel periodo dell’infanzia l’abbiamo vissuto da indigeni a girovagare, esplorare e stupirci di tutto ciò che ci offriva la natura nelle campagne del nostro paese. Ricordo che (liberi da impegni scolastici) si usciva in bande, senza cognizione di spazio e tempo. Durante le nostre scorribande eravamo capaci di saccheggiare frutteti, fare il bagno nudi nei canali di irrigazione, costruire case sugli alberi e accampamenti indiani con relativi archi, frecce, lance pugnali per liberare la nostra fantasia in guerre senza fine fra tribù. Si rientrava a casa all’imbrunire per la cena, nessuno ti chiedeva niente, ti vedevano con la coda dell’occhio e questo era sufficiente per confermare la tua integrità fisica. La libertà appartiene ai bambini, ai matti e a quelli che scelgono di vivere la condizione di solitario. La vita da solitario la conosco bene e non vuol dire sentirsi soli, ora mi manca riconquistare la condizione di bambino.

OIKOS,la casa di tutti

Al museo Diocesano di Oristano la mostra “Oikos, la casa di tutti”

Le opere di 13 artisti accompagnano il visitatore in una sorta di spazio sospeso nel tempo

L’inquinamento e il degrado provocati dall’uomo rischiano di distruggere la terra.

Gli effetti dei danni ambientali che subisce il territorio sono raccontati dalla suggestiva mostra “Oikos, la casa di tutti”, inaugurata dall’arcivescovo di Oristano al museo Diocesano arborense.

Le opere di 13 artisti, del panorama contemporaneo isolano, accompagnano il visitatore in una sorta di spazio sospeso nel tempo; la casa di una natura incontaminata, nella quale fiori e animali convivono in perfetta armonia ed in perenne primavera.

Un giardino dell’Eden, come sottolinea l’enciclica di Papa Francesco “Laudato si'”, dove si invita l’umanità a coltivare e custodire il giardino del mondo. Tra i temi affrontati dal Papa un ampio spazio è dedicato alla fotografia del degrado della terra, delle acque e del cielo, all’analisi delle cause di questa condizione e ai possibili rimedi da adottare.

“La mostra curata da Anna Rita Punzo – spiega il direttore del museo Silvia Oppo – intende dar forma ad un percorso espositivo capace di evocare l’atmosfera immaginaria ed inviolata del giardino dell’Eden e il senso di degrado e disagio generato dagli effetti dell’inquinamento e dall’uso indiscriminato del territorio da parte dell’uomo”.