L’anima del paesaggio è un percorso espositivo che mette in dialogo una selezione di opere di autori del passato e di artisti contemporanei.
Cos’è
L’anima del paesaggio è un percorso espositivo che mette in dialogo una selezione di opere di autori del passato e di artisti contemporanei. La mostra si articola in alcuni nuclei principali dai quali emergono diversi linguaggi, per mezzo di fotografie, installazioni, video e dipinti.
Esperire una mostra non è un atto fisico, ma un’esperienza che richiede soprattutto disponibilità, volontà, affinché possa trasformarsi in un vero e proprio viaggio di scoperta che diventa conoscenza e appartenenza. Il primo corpo in mostra presenta un simbolico spazio di mare in cui navigare. Carte, fari, stelle e punti di riferimento diventano elementi che interrogano il significato delle forme e aprono nuovi orizzonti narrativi. L’opera d’arte non si impone mai, invita, resta sulla soglia, suggerisce un dialogo silenzioso e offre al visitatore una possibilità. Come una nave robusta che rinnova i suoi legni lungo il viaggio, ogni opera è un caos abitabile, capace di approdare in mondi temporanei, mete provvisorie di appartenenza Le due parole chiave individuate per questo incontro sono anima e paesaggio ma potrebbero essere ovviamente infinite. Attraverso l’anima, quel soffio vitale che rende immortale un’opera, si può esplorare e creare un paesaggio narrativo che si sostanzia grazie al gesto iniziale dell’artista. La conclusione, però, è sempre negli occhi di chi guarda. Il viaggio prosegue nella scoperta di un passato recente: tra monti, colori, forme, odori e suoni. Un tuffo nel tempo da cui emergono frammenti di identità e memoria storico- artistica. Il transito verso il mondo contemporaneo è invece un salto quantico. Una frantumazione stilistica, tematica e psichica conduce in intricati labirinti esistenziali. Disorientamento, smarrimento, incredulità, sospensione temporale e piacere, sono solo alcune delle infinite sensazioni a conclusione del viaggio che ci ha preparato alla nostra rinascita. Non importa da dove il viaggio abbia inizio, né da quale porto la nostra nave interiore scelga di partire. Ciò che conta è che cominciamo a viaggiare.
A guardare le opere di Michele Mereu si resta incantati. Traspare dalla sua pittura quanto sia un meraviglioso e serio gioco, ma non l’unica cosa, e soprattutto non fine a sé stesso. Gioca per nascondersi, ma anche per trovarsi, soprattutto davanti a quel profondo desiderio di comunicare la sua interpretazione del mondo. Cerca risposte che non hanno, in origine, domande precise; come un flusso costante, le mette a fuoco mentre dipinge e, per mezzo dell’espressione grafica, coglie il senso ultimo di una realtà che si gioca al di là dell’opera stessa. Chi osserva il suo lavoro deve andare in giro fra i meandri della tela a stanare quel bambino che l’ha dipinta, e che gaio si è portato dietro con sé la chiave di quel linguaggio cifrato, che a chi la ritroverà offrirà la possibilità di riconoscere il filo che gli permetterà di uscire dai labirinti di senso prodotti da immaginifiche figure. Nella vita vera, Michele non si prende troppo sul serio e non gli piace scandagliare troppo il “fondo” delle cose, almeno a parole, ma con la pittura rivela tutta la sua intimità e si manifesta come un fuoriclasse, senza risparmiarsi nulla. Ti trovi davanti alle sue opere enigmatiche, dalle mille risposte, ma soprattutto ti pongono infiniti quesiti. Sposti lo sguardo su un dettaglio e già il precedente si è nascosto di nuovo, e quando si ri-vela ancora, è già cambiato. È un continuo nascondersi e manifestarsi, vero e falso, vero o falso, e non capisci se sia più vera l’opera in tutta la sua apparenza oppure la realtà in tutta la sua falsità. Di sicuro sono vere entrambe. Michele ha 71 anni, portati come un ragazzo. È patito di Bosch, ma anche di tutto ciò che gli permetta di dare forma alle sue idee. Passato e contemporaneo si fondono in un linguaggio che possiamo abitare, come la musica che ascoltiamo, come le canzoni che cantiamo: perché là dentro, in quell’universo così infinitamente breve ed esteso, troviamo tutto noi stessi, la nostra variabilità del pensare e dell’agire, dell’essere in quel dato momento. Il nostro artista, originario di Siamaggiore ma residente a Solarussa da sempre, ha amato fin dall’infanzia la matita e il disegno, che non lo hanno mai abbandonato. Gli schizzi sui banchi di scuola, a casa, e dopo gli studi: la matita è diventata un pennello. Surrealismo, distopie, mondi senza tempo di uno spazio magico, assonanze cromatiche e dissonanze formali, e poi Magritte, Ercole de Roberti, Bosch, Possenti, chi più ne ha più ne metta, ma soprattutto Michele Mereu. Le sue opere sono inconfondibili: la sua cifra stilistica è una firma. Tutto ricorda tutto, ovviamente. Anche i nostri gesti, i nostri modi, le nostre espressioni ricordano altro, perché dal nulla non viene nulla. A Michele non importa se ricostruisce un cosmo che potrebbe avere anche lontane radici nel Quattrocento, in quei tanti piccoli dettagli che, per esempio, il Maestro della Maddalena Assunta era capace di elaborare tracciando i segni di un mondo incantato tra mito e realtà. Lui tira dritto per la sua idea, la sua convinzione del momento, in merito a un ricordo, un fatto storico, una faccenda di cronaca, un frammento di vita vissuta, che lo ha contrariato oppure estasiato. Non è solo un artista, ma anche un operatore culturale che per vent’anni ha portato avanti il progetto AskosArte, in quella casa-studio-museo di Solarussa che ha ospitato numerosi artisti, anche di rilievo internazionale. Ma oggi Michele è in mostra, all’Hotel Mistral 2 di Oristano, in Come in un sogno, un itinerario pittorico curato dalle doti e dalla fantasia di Simone Cireddu, in una struttura che non è esclusivamente un’isola dove trovare alloggio, ma un luogo che si sforza di promuovere nei suoi spazi l’ospitalità della cultura, non solo ai turisti. Un’iniziativa lodevole e un’occasione da non perdere in un viaggio a costo zero attraverso 25 opere.
A guardare le opere di Michele Mereu, artista originario di Siamaggiore ma residente a Solarussa da sempre, si resta incantati. Traspare dalla sua pittura quanto sia meraviglioso il suo serio gioco, ma non l’unica cosa, e soprattutto non fine a sé stesso. Gioca per nascondersi, ma anche per trovarsi, soprattutto davanti a quel profondo desiderio di comunicare la sua interpretazione del mondo.
Cerca risposte che non hanno, in origine, domande precise; come un flusso costante, le mette a fuoco mentre dipinge e, per mezzo dell’espressione grafica, coglie il senso ultimo di una realtà che si gioca al di là dell’opera stessa. Chi osserva i suoi lavori deve andare in giro (fra i meandri della tela) a stanare quel bambino che l’ha dipinta, e che, gaio, si è portato dietro con sé la chiave di quel linguaggio cifrato, che a chi la ritroverà offrirà la possibilità di riconoscere il filo che gli permetterà di uscire dai labirinti di senso prodotti da immaginifiche figure.
Nella vita vera, Michele non si prende troppo sul serio e non gli piace scandagliare troppo il fondo delle cose, almeno a parole, ma con la pittura rivela tutta la sua intimità e si manifesta come un fuoriclasse, senza risparmiarsi nulla. Ti trovi davanti alle sue opere enigmatiche, dalle mille risposte, ma soprattutto ti pongono infiniti quesiti. Sposti lo sguardo su un dettaglio e già il precedente si è nascosto di nuovo, e quando si ri-vela ancora, è già cambiato. È un continuo nascondersi e manifestarsi, vero e falso, e non capisci se sia più vera l’opera in tutta la sua apparenza oppure la realtà in tutta la sua falsità. Di sicuro sono vere entrambe.
Uno scorcio della mostra all’Hotel Mistral 2 di Oristano dei quadri di Michele Mereu
Michele ha 71 anni, portati come un ragazzo. È patito di Bosch, ma anche di tutto ciò che gli permetta di dare forma alle sue idee. Passato e contemporaneo si fondono in un linguaggio che possiamo abitare, come la musica che ascoltiamo, come le canzoni che cantiamo: perché là dentro, in quell’universo così infinitamente breve ed esteso, troviamo tutto noi stessi, la nostra variabilità del pensare e dell’agire, dell’essere in quel dato momento. Il nostro artista ha amato fin dall’infanzia la matita e il disegno, che non lo hanno mai abbandonato. Gli schizzi sui banchi di scuola, a casa, e dopo gli studi: la matita è diventata un pennello.
Surrealismo, distopie, mondi senza tempo di uno spazio magico, assonanze cromatiche e dissonanze formali, e poi Magritte, Ercole de Roberti, Bosch, Possenti: chi più ne ha più ne metta, ma soprattutto Michele Mereu. Le sue opere sono inconfondibili: la sua cifra stilistica è una firma. Tutto ricorda tutto, ovviamente. Anche i nostri gesti, i nostri modi, le nostre espressioni ricordano altro, perché dal nulla non viene nulla. A Michele non importa se ricostruisce un cosmo che potrebbe avere anche lontane radici nel Quattrocento, in quei tanti piccoli dettagli che, per esempio, il Maestro della Maddalena Assunta era capace di elaborare tracciando i segni di un mondo incantato tra mito e realtà. Lui tira dritto per la sua idea, la sua convinzione del momento, in merito a un ricordo, un fatto storico, una faccenda di cronaca, un frammento di vita vissuta, che lo ha contrariato oppure estasiato.
Non è solo un artista, ma anche un operatore culturale che per vent’anni ha portato avanti il progetto AskosArte, in quella casa-studio-museo di Solarussa che ha ospitato numerosi artisti, anche di rilievo internazionale. Ma oggi Michele è in mostra, all’Hotel Mistral 2 di Oristano, in Come in un sogno, un itinerario pittorico curato dalle doti e dalla fantasia di Simone Cireddu, in una struttura che non è esclusivamente un’isola dove trovare alloggio, ma un luogo che si sforza di promuovere nei suoi spazi l’ospitalità della cultura, non solo ai turisti. Un’iniziativa lodevole e un’occasione da non perdere in un viaggio a costo zero attraverso 25 opere.
Pittura perturbante e malinconica, innervata di surrealismo romantico e serpeggiante ironia più o meno dark: delicate e spaesanti pitture acriliche su tela, tavola e carta, in gran parte di recentissima produzione. Come in un sogno enigmatico e misterioso, ludico e terribilmente serio: surrealista vero, Michele Mereu origina e consente allestimenti e itinerari installativi festosi e giocosi, sospesi tra tenebra e luce accecante, horror vacui e horror pleni. Intorno a un ristrettissimo nugolo di datate pitture ha preso l’avvio un’intensa indagine pittorica della durata di otto mesi, dall’ottobre del 2024 al maggio del 2025. Visioni oniriche, giardini delle delizie, trittici, quadrittici e almeno una quadreria. Sogni e divagazioni su tela, tavola e carta, come fosse un’unica opera poetica: Michele Mereu orchestra microcosmi inusuali e incantati. E divampa il sublime, in un’oscillazione incostante tra il meraviglioso e l’inquietante. Le sue sono semplicemente complesse favole visive immerse in liquidi sterrati terrosi, cieli a sprazzi, giardini, foreste pluviali e boschi. Tra le trame incantate, aleggia il fantasma di Hieronymus Bosch con il repertorio di tutte le sue bizzarredrôleries. Un elefante in riva al mare, la colazione della scimmia, l’iguana sull’erba. Poi uomini con becco, veicoli volanti d’antan, altri teriantropi. Nel mentre, un bradipo appeso a un albero ci scruta con fervore. Come in un sogno. Paesaggi smisurati, trasformazioni, deformazioni, metamorfosi e stralunate mutazioni. Niente è normale perché – come racconta Michele Mereu – la normalità è la cosa che più mi fa spavento. Sinuosi tocchi fusiformi di pennello originano neri e leggeri sirfidi che volteggiano, spostandosi irrequieti da un quadro all’altro, larve di future rinascite. Sposalizi di vertigini e surreali labirinti onirici sul baratro del senso, verso direzioni senza vie d’uscita. C’è qualcuno? Son qui! Sono sempre innervate di ironia dissacrante e di perfida malinconia, le pitture visionarie e fantastiche del funambolo Michele Mereu. D’improvviso ecco che gli sfondi e gli scenari fuoriescono dalle tele e dalle tavole e prendono il sopravvento: il pittore mette in abisso frammentati brandelli di vegetazione e capovolge tutto, ingrandisce e concretamente astrae lacerti verdi, grigi e bruni, zoomandoli fin dove può arrivare l’infinito. Sfuggono via, gli sfondi, si fanno spazio sulle bianche pareti e circondano gli umani, le scimmie e gli altri animali, assumendo la forma di sghembi trittici e quadrittici. Predelle spaiate di una pala d’altare, finestre aperte sui boschi circostanti e su qualche limitrofo hortus conclusus. Larghe pennellate ora liquide acquose ora sature d’acrilico generano scheletri di foreste molteplici. Un accumulo di dettagli di giardini non all’inglese, vegetazioni spontanee, liane e macchie mediterranee, infrattate e incastrate lì tra i verdi, i bruni e i grigi dei cicli pittorica Zoom Garden e Magic Country. Colano via, gli sfondi si allargano. Si intrecciano fitti gli arbusti delle savane, ça va sans dire, al limitare delle oniriche visioni, Come in un sogno. Su quattro pareti del Mistral2 Hotel di Oristano Michele Mereu edifica camere meravigliose, attraversando seicento anni almeno di forsennate e dissennate pitture e suggestioni. Da Hieronymus Bosch a Henri Rousseau, da Paul Cezanne a Alberto Savinio, Max Ernst e Werner Herzog. Poi Paul Klee, Stéphane Mallarmé e Antony and the Johnsons. Un riverbero di uno smarrito codice miniato medievale e echi di chi c’è e di chi ancora non c’era. Nessun coacervo di bieche e abusate tracce di distopia è rintracciabile negli acrilici su tela, tavola e carta di Michele Mereu. Sono solamente spiazzanti favole surreali, magiche apparizioni e misteriosi enigmi. Come in un sogno.
Chiara Cossu_Fabrizio Da Prà_Ilaria Marongiu_Michele Mereu
Cosa si nasconde dietro un processo creativo? La domanda è molto complessa e sicuramente non avrà mai una definizione univoca. L’individuo creativo è spinto dalla necessità di esprimersi, egli intraprende un percorso labirintico che porta o no in un ipotetico centro. C’è chi si prepara il percorso in maniera tattica perché vuole arrivare al centro, c’è chi ama soffermarsi ad osservare l’eleganza della muratura di questa straordinaria struttura che è la vita, l’esistente. L’idea allestitiva parte dalla scelta di mettere in relazione lavori dello stesso artista, appartenenti a diversi momenti del proprio vissuto. In questa azione relazionale tra opere, saranno presenti quattro percorsi, uno per ciascuno. L’incontro tra le opere avrà il compito di guidarci verso una comprensione più profonda del rapporto che intercorre tra le opere stesse, opere e fruitori, opere e artisti. Emergeranno aspetti indigeribili, indefinibili del fare arte dietro le quinte, in tal senso piegati al gioco degli specchi e delle riflessioni. L’obiettivo sarebbe far emergere un valore nuovo dove l’organico e il mentale possano fondersi per esprimere ciò che siamo. Qualcuno diceva che non ci si può bagnare per due volte nella stessa acqua di un fiume, la vita scorre e l’arte imprime le forme di infiniti istanti.L’artista spesso osserva chi si bagna nel fiume, dall’altra sponda.
Michele Mereu interpreta lo spazio pittorico come un grande contenitore di plurimi significati nel quale inserisce figure di animali, oggetti, innesti umani, architetture industriali, beni di consumo, elementi naturali, segni gestuali prossimi all’astrazione.
Nella complessità degli accumuli di questi soggetti/oggetti, simili a discariche, si ergono bizzarri personaggi che colorano questi ambienti. L’ampio spazio da cui si attinge la visione è caratterizzato da una linea orizzontale talvolta occultata che segna il ritmo della narrazione e fornisce all’osservatore la direzione dello sguardo.
L’orizzonte è come matrice di un mondo prolifero che per partenogenesi si origina da sé prolungandosi nello spazio aereo e nello spazio terrestre nel quale si anima questa strana umanità che ricorda la dimensione circense giocosa e allo stesso tempo l’atmosfera sospesa del teatro dell’assurdo. Lo spazio spesso è interrotto dalla presenza incombente dei palazzi e delle costruzioni di periferia anonime e asettiche, oppure da nature morte post nucleari composte da grovigli materici e rimandi alle forme dell’anatomia umana e animale.
Periferie come spazi interstiziali o non-luoghi che esprimono un immaginario del presente dove le commistioni di elementi polisemici rivelano una condizione umana fortemente sensibile.
I soggetti rappresentati non si esprimono chiaramente, non si schierano, non giudicano, si mascherano, accettano la pluralità di ciò che c’è e di ciò che accade. Esseri oltre il tempo e lo spazio che abitano questa realtà distopica, ancora umani per le emozioni che spesso lasciano trasparire.
In questo scenario si riflette una società che vive la propria quotidianità, i soggetti spesso osservano noi fruitori come se fossimo dei visitatori alieni intenti ad osservare i loro recinti.
Dagli sguardi emergono le contraddizioni del nostro tempo che fanno da specchio creando turbamento, scorci di umanità e spazi antropizzati diventano allegoria del nostro presente e prossimo futuro.
L’artista per la propria sperimentazione visiva si posiziona in una zona grigia dal quale gode di una vista privilegiata. Dal suo punto di osservazione e operatività fa emergere chiaramente l’esigenza di spingere l’osservatore alla riflessione sulla struttura dell’opera in funzione degli stimoli emozionali e razionali di rimando.
Lo slancio espressivo dei soggetti volutamente deformati e resi mutevoli, caratterizza lo svelamento più che il mascheramento dell’interiorità degli stessi, lasciando fluire le forme che si concatenano le une alle altre fino a chiudersi in esperienze visive dense di significato.
De insula affida all’intelligenza dei collezionisti privati la ricostruzione di pagine di cronaca e di storia del capitale artistico raccolto in Sardegna. Un vasto arco temporale, che abbraccia 160 anni, viene raccontato nei volti, nelle luci, nei costumi e nelle forme attraverso un meraviglioso mondo iconografico in cui tutto parla di noi. Sono presenti 300 opere, tra tele, ceramiche, installazioni e sculture che manifestano i cambiamenti di epoca sia da un punto di vista stilistico sia da un punto di vista antropologico, sociale e culturale. Il viaggio ha inizio in un clima rarefatto, come nel ritratto ieratico di signora, realizzato da un grande maestro dell’Ottocento, e si conclude in un magmatico universo contemporaneo. Emoziona osservare come la continuità di una figurazione classica e tradizionale nei temi, possa riaffiorare sotto nuove vesti nel mezzo di mutate esigenze sociali e istituzionali. Il vecchio che lascia lentamente spazio al nuovo che avanza, conglobandosi e stratificandosi nell’invenzione di una nuova tradizione, e l’irruzione improvvisa dell’influenza di movimenti artistici hanno determinato l’affermazione di un nuovo gusto estetico in una società non sempre pronta e disponibile a recepire l’arte come elemento fondamentale per la crescita di una comunità. Nel frattempo, giovani artisti talentuosi emergono nei primi anni del Novecento e le committenze, non solo istituzionali e cimiteriali, si ampliano lentamente grazie al nuovo ceto borghese in cerca di prestigio e di un posizionamento sociale. Fioriscono sempre più le botteghe, le Mostre di Arte Sarda si affermano e il clima del dibattito culturale si fa più intenso.
Le sale espositive dedicano ancora nel 1921, per esempio, ampio spazio agli artisti dell’Ottocento come Ballero, Rossino e Melis Marini mentre Ciusa si inserisce in modo unico e considerevole come anello di congiunzione che lega il passato al presente dei giovani Altara, Dessy, Albino Manca e Federico Melis. Per assistere al vero cambiamento di paradigma è necessario attendere la fine degli anni’50. Sebbene già Mauro Manca sia stato precursore immaginifico nella produzione artistica isolana, la vera rivoluzione arriva grazie a un folto gruppo di giovani artisti che cercano di spazzare via, con violenza e accesa critica, tutto ciò che rappresenta la tradizione, abbandonando il figurativo e sposando totalmente l’informale. Si costituisce negli anni ‘60 un mondo binario, tradizione che si cristallizza e procede lenta verso il suo naturale declino e sperimentazione che guarda con voluttà al mondo che cambia. L’onda lunga della forza prorompente delle neovanguardie, promossa soprattutto a partire dagli anni ’70 dalla galleria Arte Duchamp di Cagliari, comincia ad assopirsi anch’essa sul finire degli anni ‘80, lasciando incertezza e un vuoto che lentamente viene ricolmato dalle nuove generazioni di artisti che, forse inconsapevolmente, hanno già compiuto una terza rivoluzione estetica, attraverso temi e modelli di un mondo in cui l’Io è esploso, fluido, e si cerca furiosamente di ricomporlo e dargli almeno una forma momentanea.
A cura di Antonello Carboni
Michele Mereu “Io e Jin” acrilico su tela anno 2021 – quadro presente in mostra
STOPOVER ART, Stazione Ferroviaria di Solarussa
Con il Patrocinio del Comune di Solarussa
Nella produzione artistica che Michele Mereu porta in mostra per Bordertown, si avverte una tensione culturale molto forte, quasi un allarme.
Da un lato le immagini della periferia fatiscente evocata nelle sue opere rimandano al fallimento di oramai tutte le politiche di progettazione territoriale e industriale degli ultimi cinquant’anni, e dall’altra puntano il dito sulla necessità, sempre più urgente, di un intervento mirato a dare possibilità di scampo alla nostra società.
I paesaggi post industriali e sub periferici che Michele stigmatizza, caratterizzano questo degrado e abbandono, esito di una parabola discendente che ha trattato il territorio e il paesaggio come una risorsa inestinguibile, un patrimonio da aggredire e depredare impunemente.
Scenari che sembrano avere simili caratteristiche in tutte le periferie urbane, condannate alla solitudine esistenziale, e accomunate da deprivazione sociale e culturale, in una sorta di negativa e indistinta globalizzazione.
Nell’Isola, l’incessante consumo di suolo portato avanti da politiche sbagliate e da una industrializzazione selvaggia e forzata durata molti decenni, è ancor più insopportabile per aver contribuito, in modo sistematico alla desertificazione sociale e ambientale del territorio, e per aver deturpato l’inestimabile bellezza della natura alterandone il volto ambientale, storico ed archeologico.
Del resto non è la prima volta che la periferia è al centro dell’attenzione nell’azione visiva di Michele Mereu, che già con Askosarte ne ha fatto il punto centrale della sua indagine e del suo impegno creativo in Provincia di Oristano, con lo scopo di partecipare a un lavoro collettivo, politico e culturale, per favorirne una riqualificazione e valorizzazione. Periferia, del resto, guardata con crescente attenzione anche dal mondo della cultura che sempre più spesso elegge come propria patria luoghi appartati e non luoghi, distanti dai centri nevralgici, perché più adatti alla riflessione e alla condivisione di esperienze.
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La stessa STOPOVER ART, la piccola galleria d’arte recentemente inaugurata nella Stazione Ferroviaria di Solarussa, si è posta come atto di coraggio e di sfida contro il disagio e l’emarginazione, a sostegno di un’operazione, nell’era del web, che possa ridefinire nuove centralità, o perlomeno, che sostenga il superamento della concezione dualistica tra centri e periferie.
Oristano_ Arrubiu Art Cafè_ dal 16.12.2017 al 15.01.2018
Più che avere una linea esterna, mi interessa avere un filo conduttore interno. E il mio è la molteplicità.
Cambiare è il mio modo di crescere, di sentirmi parte di un universo in continua evoluzione, così come il mio essere.
L’arte mi offre il percorso per esprimere queste trasformazioni e per dare forma a questa introspezione, senza cercare molte spiegazioni.
Volutamente lavoro in maniera incoerente, sperimentando tutte le discipline artistiche senza fare distinzione tra mezzi espressivi. Cerco le mie radici nel solco della tradizione e in ciò che ancora lega il tempo alla memoria, e parallelamente, ricerco lo smascheramento dell’illusione tecnica e di pensiero di ciò che oggettivamente presento.
Non accetto le barriere codificate tra i generi, sono insofferente ai luoghi comuni, spesso percorro sentieri solitari e incerti, arte e vita sempre inesorabilmente incatenati.
Chiamatemi come volete, non fa molta differenza, oppure chiamatemi Arturo.