STOPOVER ART_”BORDER TOWN”

Michele Mereu

Bordertown
testo critico di Alice Rivagli

STOPOVER ART, Stazione Ferroviaria di Solarussa
Con il Patrocinio del Comune di Solarussa

Nella produzione artistica che Michele Mereu porta in mostra per Bordertown, si avverte una tensione culturale molto forte, quasi un allarme.
Da un lato le immagini della periferia fatiscente evocata nelle sue opere rimandano al fallimento di oramai tutte le politiche di progettazione territoriale e industriale degli ultimi cinquant’anni, e dall’altra puntano il dito sulla necessità, sempre più urgente, di un intervento mirato a dare possibilità di scampo alla nostra società.
I paesaggi post industriali e sub periferici che Michele stigmatizza, caratterizzano questo degrado e abbandono, esito di una parabola discendente che ha trattato il territorio e il paesaggio come una risorsa inestinguibile, un patrimonio da aggredire e depredare impunemente.
Scenari che sembrano avere simili caratteristiche in tutte le periferie urbane, condannate alla solitudine esistenziale, e accomunate da deprivazione sociale e culturale, in una sorta di negativa e indistinta globalizzazione.
Nell’Isola, l’incessante consumo di suolo portato avanti da politiche sbagliate e da una industrializzazione selvaggia e forzata durata molti decenni, è ancor più insopportabile per aver contribuito, in modo sistematico alla desertificazione sociale e ambientale del territorio, e per aver deturpato l’inestimabile bellezza della natura alterandone il volto ambientale, storico ed archeologico.
Del resto non è la prima volta che la periferia è al centro dell’attenzione nell’azione visiva di Michele Mereu, che già con Askosarte ne ha fatto il punto centrale della sua indagine e del suo impegno creativo in Provincia di Oristano, con lo scopo di partecipare a un lavoro collettivo, politico e culturale, per favorirne una riqualificazione e valorizzazione.
Periferia, del resto, guardata con crescente attenzione anche dal mondo della cultura che sempre più spesso elegge come propria patria luoghi appartati e non luoghi, distanti dai centri nevralgici, perché più adatti alla riflessione e alla condivisione di esperienze.

Questo slideshow richiede JavaScript.

La stessa STOPOVER ART, la piccola galleria d’arte recentemente inaugurata nella Stazione Ferroviaria di Solarussa, si è posta come atto di coraggio e di sfida contro il disagio e l’emarginazione, a sostegno di un’operazione, nell’era del web, che possa ridefinire nuove centralità, o perlomeno, che sostenga il superamento della concezione dualistica tra centri e periferie.

Alice Rivagli

MA MAISON N’EST PAS GRANDE ELLE EST TRÉS PETITE_Casa Sanna Solarussa

MA MAISON N’EST PAS GRANDE ELLE EST TRÉS PETITE

 LIDIA BACHIS_SIMONE CIREDDU_CESARE DATTENA_LUCIDEDDU_FRANCESCA E DANIELA MANCA _MICHELE MARROCU_TONINO MATTU_MICHELE MEREU_MARCO PILI_EGLE PICOZZI_GIORGIO PODDA_ALFREDO TANCHIS

 Non riesco a trovare pace in nessuna posizione: anche la cosa più morbida su cui mi adagio ha degli spigoli per la mia anima
(Fernando Pessoa)

Che cos’è la Casa, è il posto in cui siamo nati e dove sta la famiglia, un posto che abbiamo scelto, un luogo dove siamo capitati per caso, o è un’idea, una memoria, uno spazio emotivo e sensoriale?

La Casa è dove sta il cuore dice qualcuno, ma che cosa trasforma un posto in una Casa?

Infatti, se per alcuni è spazio protetto dove provare a conoscere sé stessi, dove alimentare il proprio sé, per altri è, al contrario, luogo da cui fuggire il più lontano possibile per potersi ritrovare.

Luogo dove riconoscersi o smarrirsi, la Casa può, di fatto, assumere un significato solo quando si sperimenta un certo livello di lontananza e straniamento da essa. Perché è desiderata e immaginata.

È la storia di Ulisse che cerca di tornare a Casa perché l’ha perduta, la desidera perché vive dei ricordi del passato e delle immagini della nostalgia. Per dieci anni viaggia per terra e per mare per tornare a Itaca, ma una volta giunto a Casa il racconto della sua storia finisce, perché termina l’anelito.

Quel territorio irraggiungibile di sogni e desideri, sfugge, dunque, continuamente nel tentativo stesso di farsene un’idea, e ogni posto in cui scegliamo di stare è, fisiologicamente, già foriero di transitorietà, vista l’impossibilità di appartenere completamente a un luogo, ovunque esso sia.

La frase non c’è alcun posto come Casa propria, infatti, è piuttosto ambigua: non c’è alcun posto “come” Casa propria, che significa che Casa tua è il miglior posto del mondo, tutto ciò che ogni altro posto non è. Ma la stessa frase può essere letta anche come non “c’è” alcun posto come Casa propria, che significa che non esiste un posto, da nessuna parte che possa essere definito Casa propria.

E se da nessuna parte vi è un luogo che sia una Casa, forse, che allora, la casa è il posto in cui siamo, le persone con cui imbastiamo relazioni, e come le tartarughe, ovunque andiamo, dobbiamo portarcela sulla schiena?

Ma Maison, si porge in quest’ottica, come mescolanza di dubbi, luoghi, persone, voci e ricordi che si intrecciano giorno dopo giorno e che diventano la nostra Vita. Angolo vuoto, parentesi in cui fermarsi a meditare e alimentare quello che siamo veramente.

Chiara Schirru

a (6)
Michele Mereu _ “Parentado”

Man di Nuoro_Sardegna Contemporanea, Spazi, archivi, produzioni

ASKOSARTE – Solarussa

Troppo periferici, fenomenologia dei margini

Progetto espositivo per il MAN di Nuoro,

interno al più ampio progetto: Sardegna Contemporanea, Spazi, archivi, produzioni

a cura di Micaela Deiana

il 13 ottobre 2017, al Museo MAN di Nuoro, è stata inaugurata “Sardegna Contemporanea. Spazi, archivi, produzioni”, terza tappa del programma pluriennale “La Costante resistenziale”, curata da Micaela Deiana e dedicata allo studio delle ricerche più innovative, che a partire dalla fine degli anni Cinquanta, hanno caratterizzato la scena artistica regionale. La mostra propone una ricostruzione della produzione artistica sarda contemporanea, attraverso le proposte espositive di 17 spazi e centri, che hanno caratterizzato la scena locale di questi ultimi decenni.

I progetti presentati resteranno in esposizione al MAN fino al 19 novembre 2017. L’obbiettivo è quello di indagare il linguaggio e l’azione di queste realtà operative nel campo dell’arte contemporanea in Sardegna, la loro simultaneità rispetto ai dibattiti ufficiali dell’arte, la velocità e semplificazione delle collaborazioni, grazie anche al web che ha cambiato le dinamiche relazionali tra centro e periferia.

È in questo scenario che si inserisce il progetto espositivo del Project Space Askosarte di Solarussa (Alice Rivagli, Chiara Schirru, Michele Mereu), che risponde alla chiamata del MAN di Nuoro, con il progetto: TROPPO PERIFERIFERICI, fenomenologia dei margini.

Il titolo, evidentemente ironico, è stato scelto con la consapevolezza che le idee nascono nelle teste degli uomini e che si può essere allo stesso modo creativi a Solarussa così come a New York, prescindendo, il genio umano, dalle coordinate geografiche, che risultano importanti, semmai, per imprimere peculiarità alle creazioni, ma che non rappresentano, di certo, un limite.

La periferia non esiste più: l’arte in paese non è arte paesana e la Sardegna è un Isola, ma non è isolata, come non lo è nessun angolo recondito della terra. Sembrano essere gli uomini e le idee a muovere le cose, e gli strumenti attualmente a disposizione annullano le distanze e aumentano la velocità di realizzazione di un progetto, se c’è la forza del desiderio e la motivazione. Il sostrato culturale e simbolico che appartiene alla nostra Isola, piuttosto che costituire un handicap per gli artisti, può aggiungere peculiarità alla produzione locale.

Askosarte sceglie di portare al MAN di Nuoro un progetto che metta in primo piano gli artisti dell’oristanese, coltivati con impegno e per tanto tempo nel Project Space di Solarussa, dove si sono potuti sperimentare liberamente, senza giudizi e senza premi.

Ai 6 artisti visivi è stato chiesto di indagare la propria identità attraverso i segni e i simboli che spesso, e prepotentemente, filtrano attraverso i lavori artistici, per individuare cosa ancora sia sentito come sacra memoria, cosa sia davvero rimasto degli archetipi del passato, saldamente radicato nel DNA di chi appartiene per nascita o per scelta a questa terra, e cosa sia invece in trasformazione.

Le opere in mostra al Man di Nuoro, sono state tutte esposte, precedentemente, in progetti curati da Askosarte.

Gli artisti in mostra sono:

SIMONE CIREDDU di ORISTANO, che presenta l’installazione Psyché-Canova on Butter, scultura del 2015, fatta con il burro ed esposta per la mostra Papilio, nel Project Space Askosarte di Solarussa.

Simone Cireddu accosta la fragilità della farfalla alla deperibilità del burro, in un’opera temporanea destinata a decomporsi e a sparire, perché ogni trasformazione è insieme, e sempre, una nascita e una morte certa.

DANIELA E FRANCESCA MANCA di SIMAXIS, presentano l’installazione Nutrirsi di Fede, del 2014, presentata per Faith, Rassegna Isola Mutante, nel Project Space Askosarte.

Un grande rosario di cioccolato, appoggiato sopra la candida tovaglia del tavolo apparecchiato nella stanza del MAN, e offerto ai visitatori, alimenta il dubbio che la scelta religiosa sia, a volte, mossa da motivazioni che nulla hanno a che fare con il misticismo. In questo caso il cioccolato diventa simbolo della possibilità di nutrirsi, attraverso la scelta della religiosità, e fuggire da un paese povero.

EGLE PICOZZI di ORISTANO, presenta la stampa fotografica Moreno Dolomia Chanel, anno 2017, concepita per la mostra Identity Bodies.

Moreno Dolomia Chanel in versione Drag Queen, il corpo come tela nella quale dipingere il proprio ego, corpo come libertà di espressione, corpo come luogo da amare e mostrare.

LUCIDEDDU di SOLARUSSA, presenta il video Via! del 2011, opera esposta alla mostra Quixotic.

L’artista affronta la tematica dell’identità di genere, il mondo al femminile, l’autorappresentazione, lavorando in particolare col nudo: un percorso che va dalla masturbazione al rapporto con le altre donne e al lesbismo, in un riscoprire il proprio corpo, i propri desideri, i propri spazi, la propria sessualità, spesso nascosta e repressa o rappresentata in immaginari limitanti.

MICHELE MARROCU di ALES, espone A.B. FEDE, installazione realizzata nel 2013, per la mostra FAITH, Rassegna Isola Mutante.

Rappresenta il concetto di fede dell’artista, in un mondo nel quale avere fiducia nelle relazioni appare sempre più sottovalutato e sminuito, quasi deriso, la fede che si riflette all’infinito nello specchio è per lui un segno di fede senza fine nella relazione di coppia.

TONINO MATTU di ORISTANO, espone due dipinti olio su tela: Physical training e Synth.

Nella veste di un pretenzioso demiurgo, nei dipinti esposti, l’artista omette, aggiunge, distorce la realtà relativa al periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale e del relativo disordine da essa generato, attraverso un linguaggio ibrido, eclettico, nel tentativo di riflettere come uno specchio il mondo circostante, creando così uno spazio eterotopico dove tutto può essere rappresentato.

Nella stanza Askosarte del MAN, vicino alle opere dei giovani artisti, è presente anche un contributo di PROGETTO ASKOS (CHIARA SCHIRRU E MICHELE MEREU), autori di numerosi interventi e fomentatori di idee a fianco dei giovani artisti. Il titolo dell’installazione, (due omogeneizzati di carne di coniglio bianco, posti all’interno di una teca), è Where can I find the rabbit? opera del 2009, presentata a Party con Alice.

La scaltra e per nulla ingenua Alice, fuori dalla favola e riacquistando il nome di Alice Liddell, i bianconigli li alleva e li commercializza sotto forma di omogeneizzati per bambini, con annessa e mirata pubblicizzazione del prodotto in una evidente parodia di quei meccanismi che oramai contraddistinguono anche e soprattutto il mercato dell’arte.
Infine, grazie alla grande apertura dimostrata dai padroni di casa, Askosarte non ha potuto prescindere dal portare in mostra il video performance dell’inaugurazione del MAN DI ORISTANO, realizzato nel 2012, dagli artisti della TAVOR ART MOBIL (BARBARA E MIMMO DI CATERINO).

Il video documenta l’inaugurazione del Man di Oristano, iniziativa performativa e di protesta iniziata su Fb nei confronti delle scelte operate dal MAN di Nuoro che aveva escluso la provincia di Oristano nella mappatura delle realtà espositive attive nel 2012, e poi consolidata attraverso collaborazioni e performance, negli anni successivi.

L’inaugurazione del MAN di Oristano, con tanto di discorso dell’allora consigliere regionale di Cagliari Enrico Lobina, si svolse nello spazio aperto di uno stabile diroccato, presentato come libero e simbolo di nuova dimensione dell’arte, vivo nonostante situato in una delle zone più povere per l’arte contemporanea e con meno sovvenzioni alla causa d’Italia. All’happening parteciparono artisti provenienti da tutta la Sardegna, appassionati alla causa e addetti ai lavori – Askosarte (Chiara Schirru Michele Mereu e Alice Rivagli) Barbara Ardau, Mimmo di Caterino, Matteo Tauriello, Andrea Basciu, Stefano Melis, Stay on fango, Fuori Tema e Movimento oscurantista – dando vita ad una vera e propria performance per mettere l’accento su una realtà provinciale, quella di Oristano, che nonostante le sue ridotte dimensioni e l’assenza di finanziamenti, gode di una forte connotazione intellettuale all’interno della Sardegna.

L’intento ieri come oggi, era quello di dimostrare come l’arte possa vivere anche, e ancora, lontana da incasellamenti e rapporti di sorta, ma autogenerandosi in territori e con modalità più inaspettate.

Alla mostra del MAN di Nuoro, seguirà la pubblicazione del volume Arte Contemporanea in Sardegna (1957-2017), edito da Magonza Editore con il contributo speciale del Banco di Sardegna. Il libro, a cura di Lorenzo Giusti, Micaela Deiana ed Emanuela Manca, che raccoglie una ricca selezione di testi critici sulla produzione artistica in Sardegna a partire dalla fine degli anni Cinquanta, con ricostruzioni cronologiche e affondi tematici dedicati a contesti geografici, gruppi ed eventi.

Multimedia

Alice Rivagli (Askosarte)

Questo slideshow richiede JavaScript.

The end

The end

Con il video di Michele Mereu (The end) viviamo un tempo sospeso in cui però accadono cose terribili e meravigliose. il primo piano di una vespa che sale sul vetro è la prima immagine che vediamo e che dura qualche istante, il tempo è, però sufficiente per affezionarci all’insetto, e per provare sofferenza quando, alla fine, la si vede boccheggiare: quasi si trattasse di una morte importante. Durante l’agonia riprese del lungo andito dove con lentezza esasperante si consuma il pomeriggio, un uomo e il suo cane, indolenti, aspettano di poter uscire.
Chiara Schirru

 

OTTOMANI

OTTOMANI


Il rispetto è l’apprezzamento della diversità dell’altra persona, dei modi in cui lui o lei sono unici.

(Annie Gottlieb)

L’armonia nasce dalla diversità, da quelle uniche, peculiari e irripetibili componenti che ogni uomo possiede.
E nell’arte la diversità diventa inarrestabile flusso creativo che porta vitalità e movimento continuo, che evidenzia separazioni ma anche giustapposizioni, discordanze ma anche analogie.
L’armonia nasce dal coinvolgimento attivo di un gruppo di artisti, chiamati a condividere e interpretare lo spazio espositivo della Librid Cafè, per raccontarci la loro arte, che cammina, spesso, parallela alle stesse esistenze, e che esprime emozioni, inquietudini e passioni.
Potenza dell’arte, codice cifrato di ogni tempo, che utilizzando una gamma di modalità espressive che non si preclude niente, dalle più audaci forme installative, alla sempre attuale pittura, sintetizza e rimanda in modo diretto e deciso il nostro presente, disegnando nel contempo, universi, atmosfere e geografie inedite.
Artisti capaci di interagire con ambiti diversi, che non barattano il loro agire con il presupposto che insegue intenti pratici ed esigenze di mercato, ma che traggono ispirazione da una reale spinta creativa, che racchiude in sé il segreto dell’arte che va oltre le apparenze.
OTTOMANI non ha un tema, i cinque artisti: Gianfranco Fedele, Daniela e Francesca Manca, Michele Marrocu e Michele Mereu, provengono da percorsi ed esperienze diverse e portano, ognuno, una proposta personale. Il filo rosso che li accomuna è la libertà da schemi per lo sviluppo dell’indagine prescelta, che dimostra che la diversità può diventare complementarietà e generare realmente innovazione quando si riesce a maturare un’idea e a condividerla con sentimento.
Vengono utilizzati linguaggi e codici comunicativi meno influenzati da meccanismi esterni per alcuni, e da un immaginario introspettivo e intimista per altri, che evidenziano la complessità della scena artistica contemporanea.

Chiara Schirru

dsc01944

dsc01946

Fathers

Fuma un Toscanino Michele Mereu, sigaro preferito del padre, di cui aspira voluttuosamente il tabacco prima di ributtarlo nella stanza, che a fine performance, impregnata del profumo dolciastro e intenso, testimonia la necessità di ri-scoprire un padre con cui nulla si è avuto a che fare in vita. Uno “sconosciuto” di cui si ri-cercano le tracce nell’odore che s’innalza verso il cielo, in un possibile tentativo di riscatto al rapporto mancato. Mereu attua, per il suo personale processo di liberazione creativa, un percorso inverso alla richiesta uccisione paterna, tant’è che il suo rituale si esplicita al contrario, nell’offerta del suo corpo che assume valenza di catalizzatore di sensazioni e stimoli emotivi, sensoriali e cognitivi, nel tentativo di far ri-vivere lui, fosse anche per un solo istante, dentro un ideale e coinvolgente amplesso che restituisca i contenuti pallidi del passato, depurati e finalmente assolvibili.
Alice Rivagli

 

cattura

CLAIM

VIDEO

In omaggio alla Visibilità ma anche alla Molteplicità calviniana, Progetto Askòs (Chiara Schirru e Michele Mereu) presenta un nuovo lavoro, La regola dei 150, video installazione ispirata alla regola, che sembra dare riscontro alla proiezione visionaria dello scrittore, secondo il quale avrebbe dovuto osservare “una rete sociale ideale”, fondata su relazioni stabili e continuative ma limitate a 150 membri. Smentita dalla persistenza ed efficacia delle migliaia di adesioni ai social network più frequentati, l’arguta rilettura dell’analisi di Calvino da parte dei due artisti colpisce per aver colto la felice e avveniristica intuizione dello scrittore verso l’importanza dei legami grazie a internet e alla velocità della comunicazione.
Erica Olmetto

Cagliari_ Castello san Michele

Dal 12 gennaio 2013

Progetto Daniele Ledda a cura Erica Olmetto

“La regola dei 150″

Videoinstallazione

di Progetto Askòs (Chiara Schirru e Michele Mereu)

Calvino definisce la molteplicità del romanzo contemporaneo come una rete di connessione tra fatti, persone e cose del mondo: un’espressione del sé, che paragona a un’enciclopedia, a un sistema di esperienze diverse ed eterogenee, che richiama, per analogia il mondo di Internet.

Progetto Askos, partendo da questa lungimirante visione di Calvino, propone una videoinstallazione, che in base alla regola che dà il titolo all’opera, vorrebbe che le dimensioni di una rete sociale in grado di sostenere relazioni stabili, fossero limitate a circa 150 membri, limite però, che a dispetto delle più larghe previsioni, è stato abbondantemente superato dai social network come Facebook, Myspace, Twitter, Linkedin, Hi5 ecc.

Il video evoca gli imprescindibili legami che esistono tra le vite umane, così come nel web, e nella stessa letteratura, in cui ogni pagina, ogni parola, ogni testo o esperienza, si intreccia inevitabilmente, generando un’esplosione di stimoli che possono condurre in molte direzioni: possibili mondi, possibili romanzi, possibili vite, e una possibilità infinita delle molteplicità del sé.

Un viaggio (che sia la navigazione su internet, la scrittura di un romanzo, o quello vitale) di cui non si conosce mai la destinazione, ma che, usando le parole dello stesso scrittore, se si continuasse a sviluppare in ogni direzione, arriverebbe ad abbracciare l’intero universo.
Chiara Schirru

Claim
Videoistallazione e due fotografie

Il lavoro proposto dagli artisti si concentra su uno dei principi fondanti nell’ambito della comunicazione di mercato. Il titolo dell’opera, Claim, si riferisce ad un termine “abusato” nel linguaggio del marketing e della comunicazione che “costituisce la principale promessa fatta ai consumatori/clienti nel corso di una campagna pubblicitaria o di un accordo commerciale.
In questo contesto specifico, il motivo trainante dell’opera è dedicato al decisivo peso attribuito al libro di Italo Calvino Le lezioni americane e alla sua fortuna sul mercato rispetto al valore effettivo del testo in letteratura.
Quanto è accaduto, non è tanto per il significato concettuale di ciò che viene detto, ma per una infatuazione collettiva dettata dal fascino per la velocità del pensiero e del metodo di scrittura, per la semplicità e l’immediatezza del linguaggio. Le stesse caratteristiche sono individuabili nella grande installazione video e nelle due foto incorniciate dove, assorto nel rituale meditativo, l’artista si prostra in atto di devozione davanti alle immagini di un cartellone pubblicitario.

Cagliari_ Castello san Michele

Dal 12 gennaio 2013
Progetto Daniele Ledda a cura Erica Olmetto
“La regola dei 150”
Videoinstallazione
di Progetto Askòs (Chiara Schirru e Michele Mereu)

Calvino definisce la molteplicità del romanzo contemporaneo come una rete di connessione tra fatti, persone e cose del mondo: un’espressione del sé, che paragona a un’enciclopedia, a un sistema di esperienze diverse ed eterogenee, che richiama, per analogia il mondo di Internet.
Progetto Askos, partendo da questa lungimirante visione di Calvino, propone una videoinstallazione, che in base alla regola che dà il titolo all’opera, vorrebbe che le dimensioni di una rete sociale in grado di sostenere relazioni stabili, fossero limitate a circa 150 membri, limite però, che a dispetto delle più larghe previsioni, è stato abbondantemente superato dai social network come Facebook, Myspace, Twitter, Linkedin, Hi5 ecc.
Il video evoca gli imprescindibili legami che esistono tra le vite umane, così come nel web, e nella stessa letteratura, in cui ogni pagina, ogni parola, ogni testo o esperienza, si intreccia inevitabilmente, generando un’esplosione di stimoli che possono condurre in molte direzioni: possibili mondi, possibili romanzi, possibili vite, e una possibilità infinita delle molteplicità del sé.
Un viaggio (che sia la navigazione su internet, la scrittura di un romanzo, o quello vitale) di cui non si conosce mai la destinazione, ma che, usando le parole dello stesso scrittore, se si continuasse a sviluppare in ogni direzione, arriverebbe ad abbracciare l’intero universo.
Chiara Schirru

Cagliari_Castello San Michele
Dal 12.01.2013
Progetto Askòs
(Chiara Schirru – Michele Mereu)
La regola dei 150
Videoinstallazione

In omaggio alla Visibilità ma anche alla Molteplicità calviniana, Progetto Askòs (Chiara Schirru e Michele Mereu) presenta un nuovo lavoro, La regola dei 150, video installazione ispirata alla regola, che sembra dare riscontro alla proiezione visionaria dello scrittore, secondo il quale avrebbe dovuto osservare “una rete sociale ideale”, fondata su relazioni stabili e continuative ma limitate a 150 membri. Smentita dalla persistenza ed efficacia delle migliaia di adesioni ai social network più frequentati, l’arguta rilettura dell’analisi di Calvino da parte dei due artisti colpisce per aver colto la felice e avveniristica intuizione dello scrittore verso l’importanza dei legami grazie a internet e alla velocità della comunicazione.

Erica Olmetto

Cagliari_ Castello san Michele
Dal 12 gennaio 2013
Progetto Daniele Ledda a cura Erica Olmetto
“La regola dei 150”
Videoinstallazione
di Progetto Askòs (Chiara Schirru e Michele Mereu)

Calvino definisce la molteplicità del romanzo contemporaneo come una rete di connessione tra fatti, persone e cose del mondo: un’espressione del sé, che paragona a un’enciclopedia, a un sistema di esperienze diverse ed eterogenee, che richiama, per analogia il mondo di Internet.
Progetto Askos, partendo da questa lungimirante visione di Calvino, propone una videoinstallazione, che in base alla regola che dà il titolo all’opera, vorrebbe che le dimensioni di una rete sociale in grado di sostenere relazioni stabili, fossero limitate a circa 150 membri, limite però, che a dispetto delle più larghe previsioni, è stato abbondantemente superato dai social network come Facebook, Myspace, Twitter, Linkedin, Hi5 ecc.
Il video evoca gli imprescindibili legami che esistono tra le vite umane, così come nel web, e nella stessa letteratura, in cui ogni pagina, ogni parola, ogni testo o esperienza, si intreccia inevitabilmente, generando un’esplosione di stimoli che possono condurre in molte direzioni: possibili mondi, possibili romanzi, possibili vite, e una possibilità infinita delle molteplicità del sé.
Un viaggio (che sia la navigazione su internet, la scrittura di un romanzo, o quello vitale) di cui non si conosce mai la destinazione, ma che, usando le parole dello stesso scrittore, se si continuasse a sviluppare in ogni direzione, arriverebbe ad abbracciare l’intero universo.
Chiara Schirru

claimx-web

bio#2

img_5205Sono poche le persone che possono esprimere aspri giudizi e critiche dirette su cose e chi ci circonda, giustificando con la vita questo comportamento. Michele è una di queste. Estraneo al compromesso. Anomalo nella sua inadeguatezza alla bugia e ai falsi alibi. Defilato dal preconcetto e dai percorsi stabiliti. Irrimediabilmente libero. La sua creatività segue un tracciato parallelo. Scaturisce dall’impossibilità di accettare lo stato delle cose.E’ una forza centrifuga ed istintiva. Arriva dagli anfratti della memoria spinta da un’inarrestabile ribellione interiore. Si oppone al prestabilito, al precluso, all’imposto. Si placa nel segno e nel colore.Imprime un marchio alle sue opere. E’ come un impeto originario, l’artista è il tramite che svela e nulla può fare se non assecondare quest’impulso. Le opere sono immediate, subordinate allo stato interiore. Fluiscono rapide, senza alcuna. progettazione. All’abbozzo iniziale segue una fase a prima vista disordinata eppure decisa di manipolazione in cui l’opera è trasformata da vari interventi, sovrapposizioni di materia, fratture, aggregazioni d’elementi, e ancora masse – atomi – ombre – sanguinamenti. Trasformazioni radicali che avvengono in maniera misteriosa aprendo spazi e possibilità ad un “nuovo” latente e intrigante. Simboli primordiali e segni ereditati dalla memoria arcaica s’impongono con prepotenza, costituiscono una costante nei suoi lavori. Una ricerca senza fine. Un condursi nell’arte come nella vita, dato a chi ha già compiuto i suoi esorcismi e spezzato le catene dell’asservimento dentro di sé.

chiara schirru

QUIXOTIC

 

locandina-quixotic

a cura di Alice Rivagli (Askosarte)

in collaborazione con Hanife Ana

artisti: Lucideddu, Daniela e Francesca Manca,Tonino Mattu, Michele Mereu

– che giganti? – disse Sancio Panza. 
– quelli che vedi là – rispose il suo padrone – dalle smisurate braccia; e ce n’è alcuni che arrivano ad averle lunghe due leghe.
– Badi la signoria vostra – osservò Sancio – che quelli che si vedono là non sono giganti ma mulini a vento, e ciò che in essi paiono le braccia, son le pale che girate dal vento fanno andare la pietra del mulino.
– si vede bene – disse Don Chisciotte – che non te n’intendi d’avventure; quelli sono giganti; e se hai paura,  levati di qua, e mettiti a pregare, mentre io entrerò con essi in aspra e disugual tenzone.

Don Chisciotte della Mancia – Miguel de Cervantes –

Nell’ impenetrabile Don Chisciotte di Cervantes, se da un lato il protagonista appare come un dissennato che si muove spinto da una diversa percezione della realtà, dall’altra, il suo agire diventa una forma coraggiosa dell’essere sé stessi e del seguire la propria visione, fosse anche ir-reale, abnorme, sproporzionata in relazione al limite umano, eppure segretamente in accordo con gli infiniti e diversi approcci all’Esistere.

Del sogno di Chisciotte di aggiustare l’ingiusto e di raddrizzare lo storto, ciò che rimane,  non è il fatto che sia riuscito o meno nell’ impresa, il senso, semmai, è nella bellezza del suo ideale, nel cammino percorso nel tentativo di realizzarlo e nella fedeltà ad esso, per quanto irragionevole e bizzarro possa sembrare. Il desiderio utopico di qualcosa di nuovo e di migliore in cui credere, visto non in maniera trascendente, ma come aspirazione che si nutre del presente.

Quixotic – traducibile anche con il termine visionario, non pretende di presentare riflessioni letterarie; si pone, semmai, come pretesto per seminare dubbi, sulle certezze acquisite, sull’omologamento, sul disfattismo imperante e sulla rassegnazione.

Sulle regole imposte che spengono l’immaginazione e le speranze, impedendo la realizzazione di un progetto di esistenza che abbia un suo intimo senso.

E’ disubbidienza della poesia alla prosa del mondo, dell’immaginazione alla realtà, della diversità alla cosiddetta normalità.

Il Don Chisciotte che propone Quixotic è quello libero, che non soppesa le conseguenze né l’utilità delle sue azioni; che grida ai quattro venti e a chiunque incontra qual è questo suo ideale; libero dai suoi fallimenti, dallo scherno altrui, dall’essere preso per pazzo: il don Chisciotte portato in mostra è libero perfino da se stesso.

Corrado D’Elia dedica un suo spettacolo sul Don Chisciotte a tutti i grandi sognatori…

A tutti gli illusi, a quelli che parlano al vento.

Ai pazzi per amore, ai visionari, a coloro che darebbero la vita per realizzare un sogno.

Ai reietti, ai respinti, agli esclusi. Ai folli veri o presunti.

Agli uomini di cuore, a coloro che si ostinano a credere nel sentimento puro.

A tutti quelli che ancora si commuovono.

Un omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni.

A chi non si arrende mai, a chi viene deriso e giudicato.

Ai poeti del quotidiano.

Ai “vincibili” dunque, e anche agli sconfitti che sono pronti a risorgere e a combattere di nuovo.

Agli eroi dimenticati e ai vagabondi.

A chi dopo aver combattuto e perso per i propri ideali, ancora si sente invincibile.

A chi non ha paura di dire quello che pensa

A chi ha fatto il giro del mondo e a chi un giorno lo farà.

A chi non vuol distinguere tra realtà e finzione.

A tutti i cavalieri erranti.

In qualche modo, forse è giusto e ci sta bene …. a tutti i teatranti.

 Agli artisti, anch’essi instancabili utopisti, con l’animo in fiamme, alla ricerca della vita per la vita.
Alice Rivagli

 

Opere Michele Mereu

Questo slideshow richiede JavaScript.

BODY CIRCUS

bitmap-in-locandina-a3

body circus

Dell’ostensione e dell’ostentazione del corpo l’arte contemporanea ha fatto vangelo. Almeno per una parte significativa e in certi momenti dominante, il corpo è stato e continua a essere il luogo privilegiato, il Sancta Sanctorum del conflitto: “l’arte sceglie il corpo, un corpo usato, usurpato, abusato, mostrato, un corpo tagliato, ferito, drammatizzato, un corpo come perdita di sé, il corpo di Artaud e dell’atto di crudeltà, il corpo senza organi di Deleuze e Guattari, il bio-potere come disciplinazione culturale dei corpi di Foucault, il corpo che lotta, che si ribella, che indica la fuoriuscita dalle coercizioni del potere e che evidenzia i rapporti intrattenuti dai poteri/saperi sui corpi”. Tutto questo perché, sempre con le parole di Francesca Alfano Miglietti, “il corpo è, per il potere, la sede privilegiata su cui far transitare i bisogni e i desideri, processi fisiologici e metabolismi, attitudini da controllare e reprimere”. Corpo, dunque, come sede del controllo sociale e della repressione, corpo come “carnaio di segni”, come lo definisce Foucault e, per l’arte contemporanea, segno per antonomasia. Tuttavia, nonostante la dominanza di tale segno, non mancano artisti che sono riusciti, in un processo di sottrazione e occultamento del corpo, a comunicare tutta l’angoscia e la frustrante alienazione della contemporaneità negando la fisicità dei corpi e l’evidenza dirompente delle sue icone. È più efficace la rappresentazione della morte nei particolari anatomici fotografati da Andrés Serrano in un obitorio americano, che attraggono per il loro rigore formale e, allo stesso tempo, provocano repulsione per il loro crudo e raccapricciante contenuto o, piuttosto, gli algidi, asettici e vuoti ambienti fotografati da Lucinda Devlin, patinati quanto possono essere quelli di una rivista di arredamento, ma che altro non sono se non le “camere della morte” di diversi penitenziari americani, immortalati nella loro glaciale e intollerabile “pulizia” e nella loro disumana efficienza? E come interpretare i più recenti utilizzi del corpo in performance che ripropongono pratiche antiche come il fachirismo, la body modification, il cutting, la body suspension, la bloody art, per arrivare ai nuovi artisti del bondage e dello shibari,  in cui il corpo umano, anche se essenziale, diventa oggetto, mentre il soggetto che parla e si muove è la “corda”, appendice canapacea dei nervi del corpo? Protesi di varia natura in grado di esaltare quel corpo ibridato, trasfigurarlo, o paralizzarlo, e comunque di farlo rinascere sotto un’altra forma ed essenza, o con cui, prende vita l’essere di domani, al di là di ogni definizione sessuale o di genere. È questo body circus, spettacolo di provocazione, fatto di scarnificazioni, menomazioni ed erotismo, che non vuole spettatori, ma esige testimoni e complici, in cui gli artisti si violentano e auto torturano, lacrimano sangue, si fanno appendere con delle catene agganciate alla schiena, fondendo reale e surreale tra voyerismo ed esibizionismo. Esasperazione dettata dalla moda, roba per fuorviati e guardoni o, piuttosto ricerca di una identità non omologata al sistema, antidoto al declino,  trasgressione volta a sovvertire le convinzioni in materia d’espressione artistica? O, chissà, l’ennesimo sberleffo dell’arte contro una contemporaneità malata e della cui malattia anch’essa è, al contempo, testimone e complice?
Chiara Schirru –  Ivo Serafino Fenu

body-circus

MICHELE MEREU

Michele Mereu nasce a Siamaggiore (OR) nel 1954. Dai primi lavori figurativi degli anni ’70 a quelli concretisti e polimaterici dei decenni successivi, diviene ideatore e animatore di Askòsarte, progetto di arte contemporanea che esplora il rapporto sempre più stretto tra l’espressione artistica e le aree ai confini dei generi. Poliedrico nella sua produzione, disubbidiente al filo conduttore univoco, volutamente lavora in maniera incoerente attraversando tutte le discipline artistiche senza fare distinzione tra linguaggi espressivi, preferendo, tuttavia, in questi ultimi anni, dedicarsi al video e alla fotografia digitale.

Propter Deum, 2014, fotografia digitale, cm 60X40

Non deve stupire se tra le fonti di ispirazione primarie per l’artista contemporaneo, soprattutto per colui che fa del corpo l’oggetto della sua ricerca, vi siano ambiti tanto diversi e apparentemente lontani quali il sacro – l’iconografia cattolica in primis –, e l’immagine pornografica, in tutte le sue oramai inclassificabili declinazioni. Di tale uso e abuso imputabile a entrambe, seppur con finalità affatto diverse, Michele Mereu dà conto nelle sue opere recenti, istituendo parallelismi e contiguità irriverenti quanto perturbanti ma, allo stesso tempo, disvelando ciò che spesso si preferirebbe non vedere: il martirio che conduce alla santità e la sua ostensione, come modello per la salvezza dell’anima, sono connessi con gran parte delle pratiche S/M e bondage, ben più terrene, attraverso la mortificazione della carne, nella ricerca del godimento.
Ivo Serafino Fenu