L’anima del paesaggio

13 Settembre 2025

L’anima del paesaggio è un percorso espositivo che mette in dialogo una selezione di opere di autori del passato e di artisti contemporanei.

Cos’è

L’anima del paesaggio è un percorso espositivo che mette in dialogo una selezione di opere di autori del passato e di artisti contemporanei. La mostra si articola in alcuni nuclei principali dai quali emergono diversi linguaggi, per mezzo di fotografie, installazioni, video e dipinti.

Esperire una mostra non è un atto fisico, ma un’esperienza che richiede soprattutto disponibilità, volontà, affinché possa trasformarsi in un vero e proprio viaggio di scoperta che diventa conoscenza e appartenenza. Il primo corpo in mostra presenta un simbolico spazio di mare in cui navigare. Carte, fari, stelle e punti di riferimento diventano elementi che interrogano il significato delle forme e aprono nuovi orizzonti narrativi. L’opera d’arte non si impone mai, invita, resta sulla soglia, suggerisce un dialogo silenzioso e offre al visitatore una possibilità. Come una nave robusta che rinnova i suoi legni lungo il viaggio, ogni opera è un caos abitabile, capace di approdare in mondi temporanei, mete provvisorie di appartenenza Le due parole chiave individuate per questo incontro sono anima e paesaggio ma potrebbero essere ovviamente infinite. Attraverso l’anima, quel soffio vitale che rende immortale un’opera, si può esplorare e creare un paesaggio narrativo che si sostanzia grazie al gesto iniziale dell’artista. La conclusione, però, è sempre negli occhi di chi guarda. Il viaggio prosegue nella scoperta di un passato recente: tra monti, colori, forme, odori e suoni. Un tuffo nel tempo da cui emergono frammenti di identità e memoria storico- artistica. Il transito verso il mondo contemporaneo è invece un salto quantico. Una frantumazione stilistica, tematica e psichica conduce in intricati labirinti esistenziali. Disorientamento, smarrimento, incredulità, sospensione temporale e piacere, sono solo alcune delle infinite sensazioni a conclusione del viaggio che ci ha preparato alla nostra rinascita. Non importa da dove il viaggio abbia inizio, né da quale porto la nostra nave interiore scelga di partire. Ciò che conta è che cominciamo a viaggiare.

Michele Mereu_opera in mostra

come in un sogno

Pittura perturbante e malinconica, innervata di surrealismo romantico e serpeggiante ironia più o meno dark: delicate e spaesanti pitture acriliche su tela, tavola e carta, in gran parte di recentissima produzione. Come in un sogno enigmatico e misterioso, ludico e terribilmente serio: surrealista vero, Michele Mereu origina e consente allestimenti e itinerari installativi festosi e giocosi, sospesi tra tenebra e luce accecante, horror vacui e horror pleni. Intorno a un ristrettissimo nugolo di datate pitture ha preso l’avvio un’intensa indagine pittorica della durata di otto mesi, dall’ottobre del 2024 al maggio del 2025. Visioni oniriche, giardini delle delizie, trittici, quadrittici e almeno una quadreria. Sogni e divagazioni su tela, tavola e carta, come fosse un’unica opera poetica: Michele Mereu orchestra microcosmi inusuali e incantati. E divampa il sublime, in un’oscillazione incostante tra il meraviglioso e l’inquietante. Le sue sono semplicemente complesse favole visive immerse in liquidi sterrati terrosi, cieli a sprazzi, giardini, foreste pluviali e boschi. Tra le trame incantate, aleggia il fantasma di Hieronymus Bosch con il repertorio di tutte le sue bizzarredrôleries. Un elefante in riva al mare, la colazione della scimmia, l’iguana sull’erba. Poi uomini con becco, veicoli volanti d’antan, altri teriantropi. Nel mentre, un bradipo appeso a un albero ci scruta con fervore. Come in un sogno. Paesaggi smisurati, trasformazioni, deformazioni, metamorfosi e stralunate mutazioni. Niente è normale perché – come racconta Michele Mereu – la normalità è la cosa che più mi fa spavento. Sinuosi tocchi fusiformi di pennello originano neri e leggeri sirfidi che volteggiano, spostandosi irrequieti da un quadro all’altro, larve di future rinascite. Sposalizi di vertigini e surreali labirinti onirici sul baratro del senso, verso direzioni senza vie d’uscita. C’è qualcuno? Son qui! Sono sempre innervate di ironia dissacrante e di perfida malinconia, le pitture visionarie e fantastiche del funambolo Michele Mereu. D’improvviso ecco che gli sfondi e gli scenari fuoriescono dalle tele e dalle tavole e prendono il sopravvento: il pittore mette in abisso frammentati brandelli di vegetazione e capovolge tutto, ingrandisce e concretamente astrae lacerti verdi, grigi e bruni, zoomandoli fin dove può arrivare l’infinito. Sfuggono via, gli sfondi, si fanno spazio sulle bianche pareti e circondano gli umani, le scimmie e gli altri animali, assumendo la forma di sghembi trittici e quadrittici. Predelle spaiate di una pala d’altare, finestre aperte sui boschi circostanti e su qualche limitrofo hortus conclusus. Larghe pennellate ora liquide acquose ora sature d’acrilico generano scheletri di foreste molteplici. Un accumulo di dettagli di giardini non all’inglese, vegetazioni spontanee, liane e macchie mediterranee, infrattate e incastrate lì tra i verdi, i bruni e i grigi dei cicli pittorica Zoom Garden e Magic Country. Colano via, gli sfondi si allargano. Si intrecciano fitti gli arbusti delle savane, ça va sans dire, al limitare delle oniriche visioni, Come in un sogno. Su quattro pareti del Mistral2 Hotel di Oristano Michele Mereu edifica camere meravigliose, attraversando seicento anni almeno di forsennate e dissennate pitture e suggestioni. Da Hieronymus Bosch a Henri Rousseau, da Paul Cezanne a Alberto Savinio, Max Ernst e Werner Herzog. Poi Paul Klee, Stéphane Mallarmé e Antony and the Johnsons. Un riverbero di uno smarrito codice miniato medievale e echi di chi c’è e di chi ancora non c’era. Nessun coacervo di bieche e abusate tracce di distopia è rintracciabile negli acrilici su tela, tavola e carta di Michele Mereu. Sono solamente spiazzanti favole surreali, magiche apparizioni e misteriosi enigmi. Come in un sogno.

Simone Cireddu

Sé come un altro_Museo Diocesano Oristano

Sé come un altro

Antonello Carboni – Silvia M.R. Oppo

Sé come un altro definisce la sua ragione d’essere attorno al tema dell’identità .
La selezione dei ritratti qui presenti fornisce lo spunto per una riflessione non solo storica ma anche teoretica.

La moltitudine di opere in mostra rivela stili, gesti, movimenti, tecniche ed espressioni molto diverse fra loro ma c’è un elemento che suggeriamo di indagare e che caratterizza il nostro viaggio fra i ritratti: l’identità sociale di colui che è ritratto e l’identità personale di chi ritrae. Questo rapporto, questa chiave di accesso all’opera, ci permette di andare oltre la semplice os-servazione e abbattere la distanza tra noi e l’osservato, ci offre la possibilità di abitare lo spazio rappresentato, di praticare un viaggio nella personalità emotiva dell’autore.

Riscontreremo spesso che questa dimensione ermeneutica la esperiamo soprattutto nella ge-nerazione del Contemporaneo presente, maggiormente svincolato da legami di committenza, molto più attento a narrare se stesso nella speranza di potersi orientare, conoscersi e ricono-scersi attraverso la capacità di stare al mondo, proprio come l’homme capable di Paul Ricoeur. Partiamo dal particolare per scoprire la storia, per compiere un cammino di conoscenza, di trasfigurazione, leghiamoci a un autore, a un pensiero, a un’opera, condividiamo, alimentiamo la reciprocità e avremo la certezza di non essere soli nell’incertezza che spesso ci sovrasta.

BUCOLICA URBANA_Cagliari Castello San Michele

Al Castello di San Michele a Cagliari una mostra collettiva che indaga il concetto di spazio urbano inteso come luogo antropologico contemporaneo.
Il Castello di San Michele accoglie la collettiva Bucolica Urbana, nata dalla sinergia tra l’Associazione Culturale Asteras, Orientare e il Comune di Cagliari.
L’esposizione, visitabile da venerdì 12 gennaio a partire dalle ore 12:00, a domenica 25 febbraio 2024, si inserisce nell’ambito delle iniziative del Cagliari Urbanfest – Generazioni Metropolitane, il festival di arte urbana e arti visive ideato e organizzato da Asteras con la curatela di Ivana Salis e Barbara Catte.
Protagonisti dell’esposizione sono le artiste e gli artisti Pietrina Atzori, Gianni Casagrande, Roberto Chessa, Ciredz, Michele Mereu, Marco Rèa e Laura Saddi, che durante il loro percorso si sono confrontati col concetto di spazio urbano inteso come luogo antropologico contemporaneo. Dalla loro molteplicità di ricerche e linguaggi visivi utilizzati sarà possibile volgere uno sguardo su quel senso di alienazione che attraversa la nostra società

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Le opere di 𝐌𝐢𝐜𝐡𝐞𝐥𝐞 𝐌𝐞𝐫𝐞𝐮 denotano una visione quasi apocalittica: il suo immaginario è dominato da animali bizzarri, creature ibride e multiformi che popolano desolati paesaggi suburbani, sormontati da un cielo plumbeo.

Lo skyline di questo mondo è caratterizzato dalle architetture di anonime metropoli e di agglomerati industriali: tra rottami e scarti di ogni sorta, simbolo del capitalismo imperante, le forme umane, ferine e ibride sembrano quasi annunciare nuove possibilità di vita. Da questo mondo inquietante emergono quindi esseri nuovi, che con le loro particolari sembianze invitano a riflettere sulle contraddizioni della società contemporanea.
Le opere di Mereu resteranno esposte al Castello di San Michele fino a domenica 25 febbraio all’interno della collettiva 𝑩𝒖𝒄𝒐𝒍𝒊𝒄𝒂 𝑼𝒓𝒃𝒂𝒏𝒂.

PAST>>>PRESENT

PAST>>>PRESENT

Chiara Cossu_Fabrizio Da Prà_Ilaria Marongiu_Michele Mereu

Cosa si nasconde dietro un processo creativo? La domanda è molto complessa e sicuramente non avrà mai una definizione univoca. L’individuo creativo è spinto dalla necessità di esprimersi, egli intraprende un percorso labirintico che porta o no in un ipotetico centro. C’è chi si prepara il percorso in maniera tattica perché vuole arrivare al centro, c’è chi ama soffermarsi ad osservare l’eleganza della muratura di questa straordinaria struttura che è la vita, l’esistente. L’idea allestitiva parte dalla scelta di mettere in relazione lavori dello stesso artista, appartenenti a diversi momenti del proprio vissuto. In questa azione relazionale tra opere, saranno presenti quattro percorsi, uno per ciascuno. L’incontro tra le opere avrà il compito di guidarci verso una comprensione più profonda del rapporto che intercorre tra le opere stesse, opere e fruitori, opere e artisti. Emergeranno aspetti indigeribili, indefinibili del fare arte dietro le quinte, in tal senso piegati al gioco degli specchi e delle riflessioni. L’obiettivo sarebbe far emergere un valore nuovo dove l’organico e il mentale possano fondersi per esprimere ciò che siamo. Qualcuno diceva che non ci si può bagnare per due volte nella stessa acqua di un fiume, la vita scorre e l’arte imprime le forme di infiniti istanti.L’artista spesso osserva chi si bagna nel fiume, dall’altra sponda.

Ilaria Marongiu

HUMANITY CIRCUS_ PART TWO

Humanity circus (part two)

Testo a cura di Ilaria Marongiu

Michele Mereu interpreta lo spazio pittorico come un grande contenitore di plurimi significati nel quale inserisce figure di animali, oggetti, innesti umani, architetture industriali, beni di consumo, elementi naturali, segni gestuali prossimi all’astrazione.

Nella complessità degli accumuli di questi soggetti/oggetti, simili a discariche, si ergono bizzarri personaggi che colorano questi ambienti. L’ampio spazio da cui si attinge la visione è caratterizzato da una linea orizzontale talvolta occultata che segna il ritmo della narrazione e fornisce all’osservatore la direzione dello sguardo.

L’orizzonte è come matrice di un mondo prolifero che per partenogenesi si origina da sé prolungandosi nello spazio aereo e nello spazio terrestre nel quale si anima questa strana umanità che ricorda la dimensione circense giocosa e allo stesso tempo l’atmosfera sospesa del teatro dell’assurdo. Lo spazio spesso è interrotto dalla presenza incombente dei palazzi e delle costruzioni di periferia anonime e asettiche, oppure da nature morte post nucleari composte da grovigli materici e rimandi alle forme dell’anatomia umana e animale.

Periferie come spazi interstiziali o non-luoghi che esprimono un immaginario del presente dove le commistioni di elementi polisemici rivelano una condizione umana fortemente sensibile.

I soggetti rappresentati non si esprimono chiaramente, non si schierano, non giudicano, si mascherano, accettano la pluralità di ciò che c’è e di ciò che accade. Esseri oltre il tempo e lo spazio che abitano questa realtà distopica, ancora umani per le emozioni che spesso lasciano trasparire.

In questo scenario si riflette una società che vive la propria quotidianità, i soggetti spesso osservano noi fruitori come se fossimo dei visitatori alieni intenti ad osservare i loro recinti.

Dagli sguardi emergono le contraddizioni del nostro tempo che fanno da specchio creando turbamento, scorci di umanità e spazi antropizzati diventano allegoria del nostro presente e prossimo futuro.

L’artista per la propria sperimentazione visiva si posiziona in una zona grigia dal quale gode di una vista privilegiata. Dal suo punto di osservazione e operatività fa emergere chiaramente l’esigenza di spingere l’osservatore alla riflessione sulla struttura dell’opera in funzione degli stimoli emozionali e razionali di rimando.

Lo slancio espressivo dei soggetti volutamente deformati e resi mutevoli, caratterizza lo svelamento più che il mascheramento dell’interiorità degli stessi, lasciando fluire le forme che si concatenano le une alle altre fino a chiudersi in esperienze visive dense di significato.

De Insula _ Museo Diocesano Oristano

De insula affida all’intelligenza dei collezionisti privati la ricostruzione di pagine di cronaca e di storia del capitale artistico raccolto in Sardegna. Un vasto arco temporale, che abbraccia 160 anni, viene raccontato nei volti, nelle luci, nei costumi e nelle forme attraverso un meraviglioso mondo iconografico in cui tutto parla di noi. Sono presenti 300 opere, tra tele, ceramiche, installazioni e sculture che manifestano i cambiamenti di epoca sia da un punto di vista stilistico sia da un punto di vista antropologico, sociale e culturale. Il viaggio ha inizio in un clima rarefatto, come nel ritratto ieratico di signora, realizzato da un grande maestro dell’Ottocento, e si conclude in un magmatico universo contemporaneo. Emoziona osservare come la continuità di una figurazione classica e tradizionale nei temi, possa riaffiorare sotto nuove vesti nel mezzo di mutate esigenze sociali e istituzionali. Il vecchio che lascia lentamente spazio al nuovo che avanza, conglobandosi e stratificandosi nell’invenzione di una nuova tradizione, e l’irruzione improvvisa dell’influenza di movimenti artistici hanno determinato l’affermazione di un nuovo gusto estetico in una società non sempre pronta e disponibile a recepire l’arte come elemento fondamentale per la crescita di una comunità. Nel frattempo, giovani artisti talentuosi emergono nei primi anni del Novecento e le committenze, non solo istituzionali e cimiteriali, si ampliano lentamente grazie al nuovo ceto borghese in cerca di prestigio e di un posizionamento sociale. Fioriscono sempre più le botteghe, le Mostre di Arte Sarda si affermano e il clima del dibattito culturale si fa più intenso.

Le sale espositive dedicano ancora nel 1921, per esempio, ampio spazio agli artisti dell’Ottocento come Ballero, Rossino e Melis Marini mentre Ciusa si inserisce in modo unico e considerevole come anello di congiunzione che lega il passato al presente dei giovani Altara, Dessy, Albino Manca e Federico Melis. Per assistere al vero cambiamento di paradigma è necessario attendere la fine degli anni’50. Sebbene già Mauro Manca sia stato precursore immaginifico nella produzione artistica isolana, la vera rivoluzione arriva grazie a un folto gruppo di giovani artisti che cercano di spazzare via, con violenza e accesa critica, tutto ciò che rappresenta la tradizione, abbandonando il figurativo e sposando totalmente l’informale. Si costituisce negli anni ‘60 un mondo binario, tradizione che si cristallizza e procede lenta verso il suo naturale declino e sperimentazione che guarda con voluttà al mondo che cambia. L’onda lunga della forza prorompente delle neovanguardie, promossa soprattutto a partire dagli anni ’70 dalla galleria Arte Duchamp di Cagliari, comincia ad assopirsi anch’essa sul finire degli anni ‘80, lasciando incertezza e un vuoto che lentamente viene ricolmato dalle nuove generazioni di artisti che, forse inconsapevolmente, hanno già compiuto una terza rivoluzione estetica, attraverso temi e modelli di un mondo in cui l’Io è esploso, fluido, e si cerca furiosamente di ricomporlo e dargli almeno una forma momentanea.

A cura di Antonello Carboni

Michele Mereu “Io e Jin” acrilico su tela anno 2021 – quadro presente in mostra

VIR_US

VIR_US Casa Naitana _ Solarussa Collettiva arte contemporanea

dal 3 al 18 luglio 2021

Con il patrocinio del comune di Solarussa

Artisti:
Marco Pili_Fabrizio Daprà_Michele Marrocu_Michele Mereu

La parola Virus deriva dalla parola latina virus, che significa “tossina” o “veleno”. Ma la mostra collettiva non vuole essere una mostra sulla pandemia o pseudo-tale dei nostri tempi, argomento, quello dei flagelli sanitari, da sempre indagato nella storia dell’arte dal Trecento a oggi. La mostra indaga le malattie partendo dal vir ovvero quello che è l’uomo che porta in se e con se tutto ciò che è vita compresi i microbi. I lavori in esposizione ripropongono i differenti modi con cui si sviluppano ma soprattutto portano a una riflessione sull’uomo e quali sono le conseguenze delle sue azioni. Il colore e le varie tecniche espressive qui diventano strumento per il racconto della vita biologica dell’uomo con tutti i pro e i contro, tutto quello che è vita viene raccontato con accenti coloristici alcune volte sopraffanti e altre volte minimi ed essenziali. Ma l’uomo viene descritto anche con delle barche-contenitori che ripropongono e si sovrappongono a tutta la storia collettiva di una famiglia, Bios quindi ma anche Vir-us.

WALLS

TITOLO: WALLS – SARDEGNA – CAMPANIA – SPAGNA

ARTISTI: ENZO ANGIUONI – SILVANO CARIA – ANTONIO CIRACI – MARINA DESOGUS – FRANCESCO GIRALDI – ANTONIO GRAZIANO – MICHELE MEREU – MARI PAZ PELLIN SANCHEZ – MARCO PILI – IVO PIRISI – GIANFRANCO RACIOPPOLI – PASQUALE SIMONETTI – ENZO TREPICCIONE – VITTORIO VANACORE

QUANDO: dal 4 luglio al 4 ottobre 2020
INAUGURAZIONE: Sabato 4 luglio ore 19,00

DOVE:Oristano Pinacoteca Comunale Carlo Contini – Hospitalis Sancti Antoni – Via Sant’Antonio
A CURA DI: CHIARA SCHIRRU E PAOLO SIRENA
Il progetto prevede il coinvolgimento di una rosa di artisti visivi sardi campani e spagnoli, esito di un collaudato gemellaggio artistico iniziato nel mese di maggio 2019 negli spazi espositivi della città di Aversa e che prosegue nella città di Oristano.
Il connubio intende collegare virtualmente l’Isola con altre realtà artistiche per favorire lo scambio culturale, la riscoperta del senso di appartenenza al proprio territorio e contemporaneamente la condivisione dell’Arte e dei rispettivi patrimoni.
Il progetto utilizza il linguaggio universale dell’Arte per partecipare alla diffusione dell’accoglienza come filosofia di vita, al fine di creare una società sempre più educata all’incontro con l’altro in un clima di condivisione e di scambio culturale.

WALLS

Tanti muri dividono ancora il mondo. Il muro tra il nord e il sud del pianeta. Tra i ricchi e i poveri. Tra chi perseguita e chi soffre. E anche tra chi ha le chiavi del progresso, dell’informazione, e chi è condannato a vivere nell’ignoranza, nel buio. Non so come o quando li abbatteremo, ma almeno proviamoci, anche solo con una canzone se necessario.
Roger Waters (intervista a Repubblica)

Nel mondo continuamente sono innalzati muri a separare terre, stati, persino borgate della stessa città, per i motivi più disparati: politici, economici, razziali, religiosi, riconducibili comunque sempre, alla determinazione di respingere, separare popoli, gruppi etnici, culture, credi religiosi e stili di vita.
La storia stessa del genere umano potrebbe essere riscritta tramite l’elencazione dei muri e delle barriere che hanno originato o alimentato tensioni e guerre. Muri non solo fisici ma spesso anche invisibili e perciò ancor più difficili da abbattere come quelli dell’ignoranza, della discriminazione, dell’indifferenza e dell’incomunicabilità, muri innalzati dalla paura del diverso o che rinchiudono in mondi virtuali lontani dalla realtà.
Eppure l’evoluzione umana è avvenuta proprio nel momento in cui i popoli si sono incontrati, quando, piuttosto che muri di separazione, sono stati costruiti “ponti” per unire e condividere idee, culture, esperienze di vita.
Per dipiù la storia insegna che ogni muro è destinato ad essere abbattuto dalla forza del desiderio umano che tende verso la libertà e ricerca migliori condizioni di vita, e che dopo ogni distruzione l’uomo, a qualsiasi civiltà appartenga, ritorna comunque a costruire ponti e strade. Demolire i muri innalzati dalla paura e dall’ignoranza per provare insieme a edificare ponti di amicizia è anche l’azione verso cui converge la mostra che si propone per gli spazi della Pinacoteca di Oristano.

OIKOS,la casa di tutti

Al museo Diocesano di Oristano la mostra “Oikos, la casa di tutti”

Le opere di 13 artisti accompagnano il visitatore in una sorta di spazio sospeso nel tempo

L’inquinamento e il degrado provocati dall’uomo rischiano di distruggere la terra.

Gli effetti dei danni ambientali che subisce il territorio sono raccontati dalla suggestiva mostra “Oikos, la casa di tutti”, inaugurata dall’arcivescovo di Oristano al museo Diocesano arborense.

Le opere di 13 artisti, del panorama contemporaneo isolano, accompagnano il visitatore in una sorta di spazio sospeso nel tempo; la casa di una natura incontaminata, nella quale fiori e animali convivono in perfetta armonia ed in perenne primavera.

Un giardino dell’Eden, come sottolinea l’enciclica di Papa Francesco “Laudato si'”, dove si invita l’umanità a coltivare e custodire il giardino del mondo. Tra i temi affrontati dal Papa un ampio spazio è dedicato alla fotografia del degrado della terra, delle acque e del cielo, all’analisi delle cause di questa condizione e ai possibili rimedi da adottare.

“La mostra curata da Anna Rita Punzo – spiega il direttore del museo Silvia Oppo – intende dar forma ad un percorso espositivo capace di evocare l’atmosfera immaginaria ed inviolata del giardino dell’Eden e il senso di degrado e disagio generato dagli effetti dell’inquinamento e dall’uso indiscriminato del territorio da parte dell’uomo”.