PAST>>>PRESENT

PAST>>>PRESENT

Chiara Cossu_Fabrizio Da Prà_Ilaria Marongiu_Michele Mereu

Cosa si nasconde dietro un processo creativo? La domanda è molto complessa e sicuramente non avrà mai una definizione univoca. L’individuo creativo è spinto dalla necessità di esprimersi, egli intraprende un percorso labirintico che porta o no in un ipotetico centro. C’è chi si prepara il percorso in maniera tattica perché vuole arrivare al centro, c’è chi ama soffermarsi ad osservare l’eleganza della muratura di questa straordinaria struttura che è la vita, l’esistente. L’idea allestitiva parte dalla scelta di mettere in relazione lavori dello stesso artista, appartenenti a diversi momenti del proprio vissuto. In questa azione relazionale tra opere, saranno presenti quattro percorsi, uno per ciascuno. L’incontro tra le opere avrà il compito di guidarci verso una comprensione più profonda del rapporto che intercorre tra le opere stesse, opere e fruitori, opere e artisti. Emergeranno aspetti indigeribili, indefinibili del fare arte dietro le quinte, in tal senso piegati al gioco degli specchi e delle riflessioni. L’obiettivo sarebbe far emergere un valore nuovo dove l’organico e il mentale possano fondersi per esprimere ciò che siamo. Qualcuno diceva che non ci si può bagnare per due volte nella stessa acqua di un fiume, la vita scorre e l’arte imprime le forme di infiniti istanti.L’artista spesso osserva chi si bagna nel fiume, dall’altra sponda.

Ilaria Marongiu

Michele Mereu_ Intervista di Benito Olmeo, rivista Ieri Oggi Domani

Michele Mereu Siamaggiore 1954. Dai primi lavori degli anni ’70 a ideatore e animatore di Askòsarte, progetto di arte contemporanea che esplora il rapporto sempre più stretto tra l’espressione artistica e le aree ai confini dei generi. Poliedrico nella sua produzione, disubbidiente al filo conduttore univoco, volutamente lavora in maniera incoerente, attraversa consapevolmente tutte le discipline artistiche senza fare distinzione tra linguaggi espressivi. Ha concentrato la sua opera sull’interpretazione della contemporaneità: il suo lavoro, che sia pittorico, fotografico o installativo, nasce da riflessioni e indagini di situazioni “reali“, ributtate, quando preme la tensione creativa, in nuovi tragitti per essere indagati. Attualmente ideatore e curatore di eventi di arte contemporanea con l’associazione Askòsarte. Il lavoro che Mereu fa con la fotografia, segue due tensioni, entrambe forti ed affascinanti: la ricerca delle proprie radici nel solco della tradizione e in ciò che ancora lega il tempo alla memoria, parallelamente lo smascheramento dell’illusione tecnica e di pensiero di ciò che oggettivamente viene presentato. Si respira nelle sue foto un racconto universale, in cui l’esplorazione dei modelli tramandati dalla tradizione del nostro passato ancestrale, costituisce solo un “espediente” per cercare di riportare a galla la sostanza di ciò, che attraverso altre sembianze, vive ancora, nella consapevolezza che esista un “continuum” spazio temporale che ci conduce dove siamo già stati, dove siamo, dove saremo.

Michele Mereu

DI BENITO OLMEO

MICHELE MEREU: SFUGGIRE DA OGNI TIPO DI CLICHÈ

In una tua intervista, leggo che il tuo percorso artistico nasce agli inizi degli anni 60, quando durante la valutazione della pagella elementare … lascio a te il proseguo di questo racconto singolare ed affascinante (per quanto mi riguarda)

Si, quella valutazione a distanza di 60 anni, devo confermare che si è rivelata esatta. In realtà era un libretto scolastico, che tuttora conservo, consegnato alla mia famiglia e sul quale vi era scritto l’indirizzo di studio che avrei dovuto intraprendere. Il libretto sentenziava la mia lacuna in Italiano scritto e parlato (sono giustificato per il contenuto dell’intervista) e che avrei dovuto proseguire con gli studi artistici. Indicazione che ovviamente la mia famiglia non prese mai in considerazione, forse per appartenenza ad uno status sociale che non prevedeva artisti in casa oppure semplicemente non erano stati in grado di capire. Infatti feci tutt’altro, finite le medie mi iscrissi ai geometri e mi ritirai dopo tre anni, dopodiché conseguì una specializzazione in contabilità che niente aveva a che fare con l’arte, scelte che comunque alla fine si sono rivelate utili per il mio percorso artistico, perché mi hanno fatto crescere in piena indipendenza e mi hanno spronato alla ricerca di altro.

Eclettico, trasversale, insofferente nella ripetizione tecnica del mondo dell’arte. Questi tratti ti hanno contraddistinto fin dagli esordi, oppure sono venuti col tempo e l’esperienza

Tutto ciò che si presenta come cliché, soprattutto nell’arte, mi annoia e mi disturba. Adoro gli artisti che si sanno reinventare continuamente. Credo che questo tratto mi appartenga fin dagli esordi, ricordo che anche nelle prime mostre, i lavori si diversificavano in tecnica e soggetti. Mi impegnavo a rendere l’esposizione più varia possibile. In seguito sono sopraggiunti altri strumenti, foto e video, che mi hanno aiutato a trovare forme nuove di espressione per la mia creatività.

Aperto, visionario, ricettivo, proprio queste caratteristiche ti permettono di fondare l’associazione no profit Askosarte. Di cosa si tratta e come e quando nasce l’idea di questo progetto per certi versi anche singolare


18 anni fa a Oristano non esistevano spazi espositivi che potevano darti la possibilità di esporre, i pochi locali erano a pagamento e destinati ai conosciuti dell’arte, tuttora la situazione non è cambiata. Una cosa si era capita subito, con urgenza era necessario di avere uno spazio espositivo sempre pronto ad accogliere idee, uno spazio dove poter agire in piena indipendenza. Abbiamo sempre creduto nell’assoluto bisogno di libertà dell’arte che rifugge cliché e confini troppo angusti ed è così che è nato il Project Space di Solarussa, sempre pronto per ospitare le idee dal giorno alla notte, prima che queste perdano la loro forza iniziale. Intenzionalmente trasversale ai luoghi istituzionalizzati per l’arte, la casa, ripulita e adattata a spazio espositivo, è diventata luogo protetto per gli artisti che insieme alla loro arte portano sé stessi e la loro intimità.
Ma lo spazio, anche se importante, non è imprescindibile. Prova ne sia il fatto che le nostre mostre sono state realizzate con il coinvolgimento di numerosi artisti, anche in altre locations. La sfida era, semmai, riuscire a creare degli happening al di fuori dei soliti percorsi dell’arte, e dunque, dalle sedi deputate per ospitarli. Perciò abbiamo utilizzato le torri costiere di Torre Grande, di San Giovanni di Sinis, la stazione ferroviaria di Solarussa, case padronali come Casa Sanna, ecc. Dopo la morte del presidente Skodino (mio amatissimo cane eletto presidente), la scomparsa della segretaria Mikra (la mia gatta) e infine la rinuncia dell’unico collaboratore umano per intraprendere altri progetti di vita, Askosarte ha esaurito le energie, si trova in uno stato dormiente in attesa che una spallata che smuova nuove energie e creatività.

“In certi momenti la pittura non mi basta, la fotografia e il video mi offrono gli strumenti congeniali per esprimermi in completa libertà di stile”. Questa tua affermazione mi piace molto, libertà da ogni vincolo e pensiero. Ci pprofondisci questo tuo concetto


La fotografia e i video mi hanno permesso di allontanarmi periodicamente dalla pittura, quando questa non soddisfava più la mia creatività. La mia curiosità e la voglia di studiare software di montaggio video ed elaborazione immagini mi hanno dato la possibilità di sondare territori creativi diversi e altrettanto affascinanti, proiettandomi in mondi diversi molto spesso introspettivi, nella fotografia spesso mi metto in gioco e ironizzo su me stesso. Nel tempo, per necessità dell’associazione, ho approfondito anche il linguaggio html e programmi di impaginazione, costruendo di sana pianta il sito Askosarte (che ora è in standby) e i cataloghi delle mostre. Tutto questo mi ha fatto sentire autonomo e libero.

Ritorniamo al discorso di Libertà, pensi che il tuo lavoro principale (in questo caso non la pittura), ti abbia permesso di esprimerti in modo sempre molto libero (artisticamente parlando) visto che vendere o non vendere a livello artistico per te ha un’importanza non rilevante.


Il lavoro da dipendente Ministeriale, mi ha sempre sostenuto economicamente. Ora non so dire con precisione cosa sarebbe stata la mia vita senza questo mio reddito economico, la vita è talmente sorprendente che non azzardo a fare ipotesi che sarebbero poco veritiere. Ho la certezza che questo mi ha permesso di vivere senza ansia per sopravvivere, ne consegue che non ho mai avuto la necessità di vendere i miei lavori o dipingere in funzione di compiacere agli altri. Quindi mi ha dato l’opportunità di liberare la mia creatività. Non ho mai avuto un attaccamento morboso ai soldi come non ce l’ho per i miei quadri, riesco a vivere con il poco che percepisco.

Mi affascina molto citare le tue affermazioni e questa è una di quelle che vorrei che tu mi pprofondissi per i nostri lettori. “Sono un pittore muto, non riesco a dar voce ai miei lavori, l’arte oratoria non mi appartiene, nel tempo perderò l’uso della parola e ne farò un uso strettamente necessario”.


Qui mi ricollego alla tua prima domanda, per me la lingua originaria è stato il sardo, quando sono arrivato alle elementari ho dovuto studiare l’italiano, un’altra lingua, per un bambino come me introspettivo, povero di famiglia dove si parlava, si pensava e si sognava in sardo, non è stato facile. Questa difficoltà mi ha seguito per il resto della vita. Ho dei problemi ad esporre in forma parlata i miei lavori, ma in fondo è meglio così, credo anche l’opera una volta realizzata, deve essere donata agli altri. E’ curioso e interessante quando gli altri raccontano e vedono in modo diverso dalla tua idea iniziale del quadro. Vivo abbastanza isolato, le occasioni con cui parlare con le persone, si restringono sempre di più per mia scelta. Parlo con me stesso e con i miei gatti e quando parlo con gli umani spesso mi trovo a dialogare con persone che si fanno le domande e si rispondono da soli, mettendosi al centro dell’universo e lasciandoti privo di spazi per poterti esprimere, quando lo fai non vieni ascoltato. Meglio i miei gatti.

Esiste un episodio della tua vita che ti ha segnato in modo particolare a livello artistico


No, non mi sovviene niente di così importante che abbia segnato il mio percorso artistico. Tutto i periodi negativi e positivi sono stati necessari e hanno contribuito a forgiare la mia personalità, rimango molto curioso seguo gli artisti correnti, molti mi piacciono e mi danno stimoli creativi.

Il digitale sta aprendo la possibilità di seguire eventi artistici anche a chi normalmente non ne usufruisce, pensi che le nuove tecnologie saranno il futuro anche a livello artistico e che le classiche mostre diverranno obsolete


Siamo già in piena era digitale, ritengo positivo la possibilità di seguire eventi artistici e mostre tramite l’web, non tutti hanno la possibilità di seguire le esposizioni fisicamente. Le mostre stanno diventando obsolete (forse lo sono da tempo), personalmente organizzo eventi da decenni e ho avuto la sensazione che ci sia sempre più disinteresse a riguardo, soprattutto verso l’arte contemporanea che non viene capita e non viene spiegata. Per questo motivo, gli artefici del settore dovrebbero rendere più interessanti e fruibili gli eventi con le giuste tematiche, per catturare anche chi non è del settore. Ad ogni vernissage si vedono sempre le stesse facce, diventano un’occasione per autocelebrarsi. Visitare comunque una mostra fisicamente non è comparabile con il vederla digitalmente. I quadri, i materiali, le installazioni, i colori e tutto ciò che fa parte di una esposizione, emanano altra energia vissuti dal vivo. Bisogna fermarsi ad osservare, impossessarsi mentalmente dell’opera, perdersi nei suoi dettagli e nutrirsi di essa per vivere meglio l’arte e la vita.

L’arte nel tempo è stata rivoltata, cambiata, ridimensionata per una ricerca continua, ma se dovessi chiederti cosa significa oggi per te ricerca artistica cosa mi risponderesti


Si dice che in arte che sia già detto tutto, ma rimangono le infinite possibilità che ogni artista e ogni individuo ha nel suo bagaglio umano. Tutto ciò che ci sembra scontato, in realtà nella sua realizzazione vi è tutta la diversità che ogni uomo possiede per natura. Somigliamo sempre a qualcuno, è ineluttabile, ma con quel qualcuno si viaggia probabilmente nella stessa lunghezza d’onda. Ricerca artista per me significa lavorare tanto (soprattutto mentalmente), dare uno sguardo all’universo dell’arte ma allo stesso tempo lavorare per personalizzare il proprio lavoro, non dare troppo spazio alla tentazione di compiacere, caricarlo di energia e soprattutto senza la paura di provocare disturbo allo spettatore (L’arte deve confortare il disturbato e disturbare il comodo… dice Banksy).

Cos’è per Michele Mereu la Libertà nella sua totalità e non riferita solo al mondo artistico

La libertà per me è paragonabile a quel periodo di vita vissuto da bambino, forse fino alle scuole medie.
Contrariamente ai bambini di oggi che per il doposcuola sono oberati di impegni imposti e compiti, io (con i miei coetanei) quel periodo dell’infanzia l’abbiamo vissuto da indigeni a girovagare, esplorare e stupirci di tutto ciò che ci offriva la natura nelle campagne del nostro paese. Ricordo che (liberi da impegni scolastici) si usciva in bande, senza cognizione di spazio e tempo. Durante le nostre scorribande eravamo capaci di saccheggiare frutteti, fare il bagno nudi nei canali di irrigazione, costruire case sugli alberi e accampamenti indiani con relativi archi, frecce, lance pugnali per liberare la nostra fantasia in guerre senza fine fra tribù. Si rientrava a casa all’imbrunire per la cena, nessuno ti chiedeva niente, ti vedevano con la coda dell’occhio e questo era sufficiente per confermare la tua integrità fisica. La libertà appartiene ai bambini, ai matti e a quelli che scelgono di vivere la condizione di solitario. La vita da solitario la conosco bene e non vuol dire sentirsi soli, ora mi manca riconquistare la condizione di bambino.

HUMANITY CIRCUS_ PART TWO

Humanity circus (part two)

Testo a cura di Ilaria Marongiu

Michele Mereu interpreta lo spazio pittorico come un grande contenitore di plurimi significati nel quale inserisce figure di animali, oggetti, innesti umani, architetture industriali, beni di consumo, elementi naturali, segni gestuali prossimi all’astrazione.

Nella complessità degli accumuli di questi soggetti/oggetti, simili a discariche, si ergono bizzarri personaggi che colorano questi ambienti. L’ampio spazio da cui si attinge la visione è caratterizzato da una linea orizzontale talvolta occultata che segna il ritmo della narrazione e fornisce all’osservatore la direzione dello sguardo.

L’orizzonte è come matrice di un mondo prolifero che per partenogenesi si origina da sé prolungandosi nello spazio aereo e nello spazio terrestre nel quale si anima questa strana umanità che ricorda la dimensione circense giocosa e allo stesso tempo l’atmosfera sospesa del teatro dell’assurdo. Lo spazio spesso è interrotto dalla presenza incombente dei palazzi e delle costruzioni di periferia anonime e asettiche, oppure da nature morte post nucleari composte da grovigli materici e rimandi alle forme dell’anatomia umana e animale.

Periferie come spazi interstiziali o non-luoghi che esprimono un immaginario del presente dove le commistioni di elementi polisemici rivelano una condizione umana fortemente sensibile.

I soggetti rappresentati non si esprimono chiaramente, non si schierano, non giudicano, si mascherano, accettano la pluralità di ciò che c’è e di ciò che accade. Esseri oltre il tempo e lo spazio che abitano questa realtà distopica, ancora umani per le emozioni che spesso lasciano trasparire.

In questo scenario si riflette una società che vive la propria quotidianità, i soggetti spesso osservano noi fruitori come se fossimo dei visitatori alieni intenti ad osservare i loro recinti.

Dagli sguardi emergono le contraddizioni del nostro tempo che fanno da specchio creando turbamento, scorci di umanità e spazi antropizzati diventano allegoria del nostro presente e prossimo futuro.

L’artista per la propria sperimentazione visiva si posiziona in una zona grigia dal quale gode di una vista privilegiata. Dal suo punto di osservazione e operatività fa emergere chiaramente l’esigenza di spingere l’osservatore alla riflessione sulla struttura dell’opera in funzione degli stimoli emozionali e razionali di rimando.

Lo slancio espressivo dei soggetti volutamente deformati e resi mutevoli, caratterizza lo svelamento più che il mascheramento dell’interiorità degli stessi, lasciando fluire le forme che si concatenano le une alle altre fino a chiudersi in esperienze visive dense di significato.

De Insula _ Museo Diocesano Oristano

De insula affida all’intelligenza dei collezionisti privati la ricostruzione di pagine di cronaca e di storia del capitale artistico raccolto in Sardegna. Un vasto arco temporale, che abbraccia 160 anni, viene raccontato nei volti, nelle luci, nei costumi e nelle forme attraverso un meraviglioso mondo iconografico in cui tutto parla di noi. Sono presenti 300 opere, tra tele, ceramiche, installazioni e sculture che manifestano i cambiamenti di epoca sia da un punto di vista stilistico sia da un punto di vista antropologico, sociale e culturale. Il viaggio ha inizio in un clima rarefatto, come nel ritratto ieratico di signora, realizzato da un grande maestro dell’Ottocento, e si conclude in un magmatico universo contemporaneo. Emoziona osservare come la continuità di una figurazione classica e tradizionale nei temi, possa riaffiorare sotto nuove vesti nel mezzo di mutate esigenze sociali e istituzionali. Il vecchio che lascia lentamente spazio al nuovo che avanza, conglobandosi e stratificandosi nell’invenzione di una nuova tradizione, e l’irruzione improvvisa dell’influenza di movimenti artistici hanno determinato l’affermazione di un nuovo gusto estetico in una società non sempre pronta e disponibile a recepire l’arte come elemento fondamentale per la crescita di una comunità. Nel frattempo, giovani artisti talentuosi emergono nei primi anni del Novecento e le committenze, non solo istituzionali e cimiteriali, si ampliano lentamente grazie al nuovo ceto borghese in cerca di prestigio e di un posizionamento sociale. Fioriscono sempre più le botteghe, le Mostre di Arte Sarda si affermano e il clima del dibattito culturale si fa più intenso.

Le sale espositive dedicano ancora nel 1921, per esempio, ampio spazio agli artisti dell’Ottocento come Ballero, Rossino e Melis Marini mentre Ciusa si inserisce in modo unico e considerevole come anello di congiunzione che lega il passato al presente dei giovani Altara, Dessy, Albino Manca e Federico Melis. Per assistere al vero cambiamento di paradigma è necessario attendere la fine degli anni’50. Sebbene già Mauro Manca sia stato precursore immaginifico nella produzione artistica isolana, la vera rivoluzione arriva grazie a un folto gruppo di giovani artisti che cercano di spazzare via, con violenza e accesa critica, tutto ciò che rappresenta la tradizione, abbandonando il figurativo e sposando totalmente l’informale. Si costituisce negli anni ‘60 un mondo binario, tradizione che si cristallizza e procede lenta verso il suo naturale declino e sperimentazione che guarda con voluttà al mondo che cambia. L’onda lunga della forza prorompente delle neovanguardie, promossa soprattutto a partire dagli anni ’70 dalla galleria Arte Duchamp di Cagliari, comincia ad assopirsi anch’essa sul finire degli anni ‘80, lasciando incertezza e un vuoto che lentamente viene ricolmato dalle nuove generazioni di artisti che, forse inconsapevolmente, hanno già compiuto una terza rivoluzione estetica, attraverso temi e modelli di un mondo in cui l’Io è esploso, fluido, e si cerca furiosamente di ricomporlo e dargli almeno una forma momentanea.

A cura di Antonello Carboni

Michele Mereu “Io e Jin” acrilico su tela anno 2021 – quadro presente in mostra

VIR_US

VIR_US Casa Naitana _ Solarussa Collettiva arte contemporanea

dal 3 al 18 luglio 2021

Con il patrocinio del comune di Solarussa

Artisti:
Marco Pili_Fabrizio Daprà_Michele Marrocu_Michele Mereu

La parola Virus deriva dalla parola latina virus, che significa “tossina” o “veleno”. Ma la mostra collettiva non vuole essere una mostra sulla pandemia o pseudo-tale dei nostri tempi, argomento, quello dei flagelli sanitari, da sempre indagato nella storia dell’arte dal Trecento a oggi. La mostra indaga le malattie partendo dal vir ovvero quello che è l’uomo che porta in se e con se tutto ciò che è vita compresi i microbi. I lavori in esposizione ripropongono i differenti modi con cui si sviluppano ma soprattutto portano a una riflessione sull’uomo e quali sono le conseguenze delle sue azioni. Il colore e le varie tecniche espressive qui diventano strumento per il racconto della vita biologica dell’uomo con tutti i pro e i contro, tutto quello che è vita viene raccontato con accenti coloristici alcune volte sopraffanti e altre volte minimi ed essenziali. Ma l’uomo viene descritto anche con delle barche-contenitori che ripropongono e si sovrappongono a tutta la storia collettiva di una famiglia, Bios quindi ma anche Vir-us.