LE RELAZIONI PERICOLOSE

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Le relazioni pericolose alla Pinacoteca di Oristano

 

 

Lidia Bachis, Nicola Caredda, Francesco Casale, Simone Cireddu, Gavino, Ganau, Vincenzo Grosso, Lucideddu, Daniela e Francesca Manca, Tonino Mattu, Max Mazzoli, Michele Mereu, Pastorello, Ivan Pes, Pietrolio, Pietro Sedda, Gianfranco Setzu e Alfredo Tanchis.

Curata da Massimo Atzori, Ivo Serafino Fenu e Paolo Licheri, la mostra d’arte contemporanea è prodotta dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Oristano in collaborazione col Cineforum Lost in Translation e col contributo della Fondazione Banco di Sardegna. Sarà visitabile fino a lunedì 25 aprile e, durante i giorni d’apertura, in collaborazione con la Biblioteca comunale, proporrà la proiezione di una serie di film nei quali è stringente il rapporto tra cinema e arti visive.

di Massimo Atzori, Ivo Serafino Fenu e Paolo Licheri
Che il rapporto tra immaginario filmico e arti visuali sia biunivoco è un dato acquisito dalla critica seppure, dall’invenzione del cinematografo ai giorni nostri, difficilmente gli influssi, le dipendenze, le citazioni tra i due ambiti siano state equivalenti e costanti nel tempo. Come per i fotografi, anche per i pionieri dell’animazione cinematografica, fu la pittura a influenzarli e condizionarne le scelte formali e gran parte delle immagini foto-cinematografiche traevano proprio dalla pittura – soprattutto quella accademica – le principali regole di composizione, inquadratura e rapporti tra ombre e luci. Non va dimenticato poi, che la citazione palese di forme e pose della tradizione pittorica fu considerata, da subito e per lungo tempo, una “nobilitazione intellettuale” sia del fotografo e/o del regista, sia delle loro opere.
In tal senso emblematica è la produzione filmica di Pier Paolo Pasolini – profondo conoscitore della storia dell’arte e allievo del grande storico e critico d’arte Roberto Longhi – la cui filmografia è pregna di omaggi alla grande tradizione pittorica del passato, da Giotto, nel Decameron a Mantegna, col suo Cristo in scurto, in Mamma Roma, fino ai veri e propri tableaux vivants manieristi de La ricotta.

Ancora, Derek Jarman con l’irriverente e provocatorio Sebastiane, primo lungometraggio del regista inglese, con le sue citazioni della pittura del ‘400 italiano, girato in Sardegna nel 1976 completamente in latino e che rilegge in chiave omoerotica il martirio del santo, per approdare poi, con Caravaggio, a una vera e propria riscrittura trasgressiva della mitografia dell’artista attraverso una maniacale ricostruzione dei set pittorici delle sue opere più famose.

Allo stesso modo, a quarant’anni di distanza dalla sua uscita nelle sale cinematografiche, il recente restauro di Barry Lyndon – uno dei film più significativi di Stanley Kubrick – ha permesso di apprezzare nuovamente lo straordinario lavoro di ricerca e accuratezza stilistica del regista in termini di costruzione e composizione dell’immagine, riportando così, data la strettissima relazione tra le immagini del film e certe opere pittoriche di fine ‘700 e inizio ‘800, un tema dibattuto e affascinante come quello della relazione, o se vogliamo, del dialogo, tra il cinema e la pittura.

Il cineasta si fa artista, il cineasta è artista, il cineasta è autore. I termini si sovrappongono, convergono, si annullano l’uno nell’altro, e in tal senso, un ponte ideale ci porta dall’epoca eroica di autentica sperimentazione delle avanguardie storiche alla Nouvelle Vague e alla Politica degli Autori, a quella lotta senza quartiere, appassionante e appassionata, a favore della libera espressione del regista, dell’autore. Libera espressione che si manifesta in personalità sanamente inquiete, che non si accontentano, quali quelle di Jean-Luc Godard e Michelangelo Antonioni con le loro ossessioni cromatiche, che attuano un progressivo e inevitabile smarrimento come registi per poi ritrovarsi e riemergere in una dimensione di nuova consapevolezza, tra cinema e pittura, come creatori tout court di immaginari che alla pennellata sostituiscono l’inquadratura.

Apparentemente, dunque, da questi pochi esempi citati, sembrerebbe coercitivo l’influsso della pittura sul cinema o, almeno, su molti registi che vivevano con una sorta di sudditanza la malìa di una tradizione aulica quanto pervasiva. Tuttavia, nelle nuove generazioni e tra gli artisti in particolare, tali rapporti si sono invertiti e così i più importanti protagonisti delle cosiddette e quanto mai polimorfe arti visuali, sono, viceversa, succubi del prodotto cinematografico, anch’esso, oramai, estremamente variegato sia nelle tecniche sia nei generi.

Cresciuti e formatisi non più o non solo sui paludati testi di Storia dell’Arte quanto, piuttosto, sui messaggi e sulle forme di quei maestri del cinema, sono stati vittime e protagonisti di un ribaltamento prospettico che, più o meno consapevolmente, ha forgiato il loro universo visivo: maestri del calibro di Rainer Werner Fassbinder, David Lynch, Peter Greenaway, Lars von Trier, Pedro Almodovar, Emir Kusturica, Quentin Tarantino, Tim Burton, Andy e Lana Wachowski di Matrix o i fratelli Coen – solo per citarne alcuni – insieme al caleidoscopico calderone di proposte che mescola e contamina generi, dai cartoon alle fiction, dal porno alle più dozzinali e popolari telenovelas.

La mostra Le relazioni pericolose, immaginario filmico e arti visuali, si pone l’obiettivo di proporre – senza pretesa di completezza ma assecondando il gusto tutt’altro che asettico dei curatori – una rosa di artisti, giovani e meno giovani che, nell’ultimo decennio, hanno, evidente, un imprinting cinematografico che traspare e che connota la loro ricerca estetica sfuggendo, tuttavia, al facile citazionismo o, ancor peggio, al tentativo maldestro di traslare da un medium all’altro forme e contenuti.

Una pluralità di voci – in piena età postmediale – che propone, dunque, un’estrema varietà di forme e di modi (installazioni, performance, testi, film e fotografie, elaborazioni digitali ecc.), col coinvolgimento diretto dello spettatore, chiamato a rapportarsi e riconoscersi in quell’immaginario, forse insidioso ma sicuramente stimolante sia per l’artista sia per le arti visuali in generale.

Un tentativo di andare oltre il semplice raffronto tra due mezzi espressivi, una riflessione sul concetto di rappresentazione nei film e nell’arte e sulla crisi di entrambi, una crisi strettamente legata alle radicali trasformazioni strutturali che l’industria cinematografica e il mercato dell’arte stanno vivendo e che ha investito e investe la sensibilità di registi e artisti, sempre più spesso indistinguibili, laddove il ricorso ora alla produzione filmica ora alla produzione artistica, si è nel tempo posto come elemento salvifico e nobilitante dell’un campo o dell’altro.

Domenica, 28 febbraio 2016

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QUIXOTIC

 

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a cura di Alice Rivagli (Askosarte)

in collaborazione con Hanife Ana

artisti: Lucideddu, Daniela e Francesca Manca,Tonino Mattu, Michele Mereu

– che giganti? – disse Sancio Panza. 
– quelli che vedi là – rispose il suo padrone – dalle smisurate braccia; e ce n’è alcuni che arrivano ad averle lunghe due leghe.
– Badi la signoria vostra – osservò Sancio – che quelli che si vedono là non sono giganti ma mulini a vento, e ciò che in essi paiono le braccia, son le pale che girate dal vento fanno andare la pietra del mulino.
– si vede bene – disse Don Chisciotte – che non te n’intendi d’avventure; quelli sono giganti; e se hai paura,  levati di qua, e mettiti a pregare, mentre io entrerò con essi in aspra e disugual tenzone.

Don Chisciotte della Mancia – Miguel de Cervantes –

Nell’ impenetrabile Don Chisciotte di Cervantes, se da un lato il protagonista appare come un dissennato che si muove spinto da una diversa percezione della realtà, dall’altra, il suo agire diventa una forma coraggiosa dell’essere sé stessi e del seguire la propria visione, fosse anche ir-reale, abnorme, sproporzionata in relazione al limite umano, eppure segretamente in accordo con gli infiniti e diversi approcci all’Esistere.

Del sogno di Chisciotte di aggiustare l’ingiusto e di raddrizzare lo storto, ciò che rimane,  non è il fatto che sia riuscito o meno nell’ impresa, il senso, semmai, è nella bellezza del suo ideale, nel cammino percorso nel tentativo di realizzarlo e nella fedeltà ad esso, per quanto irragionevole e bizzarro possa sembrare. Il desiderio utopico di qualcosa di nuovo e di migliore in cui credere, visto non in maniera trascendente, ma come aspirazione che si nutre del presente.

Quixotic – traducibile anche con il termine visionario, non pretende di presentare riflessioni letterarie; si pone, semmai, come pretesto per seminare dubbi, sulle certezze acquisite, sull’omologamento, sul disfattismo imperante e sulla rassegnazione.

Sulle regole imposte che spengono l’immaginazione e le speranze, impedendo la realizzazione di un progetto di esistenza che abbia un suo intimo senso.

E’ disubbidienza della poesia alla prosa del mondo, dell’immaginazione alla realtà, della diversità alla cosiddetta normalità.

Il Don Chisciotte che propone Quixotic è quello libero, che non soppesa le conseguenze né l’utilità delle sue azioni; che grida ai quattro venti e a chiunque incontra qual è questo suo ideale; libero dai suoi fallimenti, dallo scherno altrui, dall’essere preso per pazzo: il don Chisciotte portato in mostra è libero perfino da se stesso.

Corrado D’Elia dedica un suo spettacolo sul Don Chisciotte a tutti i grandi sognatori…

A tutti gli illusi, a quelli che parlano al vento.

Ai pazzi per amore, ai visionari, a coloro che darebbero la vita per realizzare un sogno.

Ai reietti, ai respinti, agli esclusi. Ai folli veri o presunti.

Agli uomini di cuore, a coloro che si ostinano a credere nel sentimento puro.

A tutti quelli che ancora si commuovono.

Un omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni.

A chi non si arrende mai, a chi viene deriso e giudicato.

Ai poeti del quotidiano.

Ai “vincibili” dunque, e anche agli sconfitti che sono pronti a risorgere e a combattere di nuovo.

Agli eroi dimenticati e ai vagabondi.

A chi dopo aver combattuto e perso per i propri ideali, ancora si sente invincibile.

A chi non ha paura di dire quello che pensa

A chi ha fatto il giro del mondo e a chi un giorno lo farà.

A chi non vuol distinguere tra realtà e finzione.

A tutti i cavalieri erranti.

In qualche modo, forse è giusto e ci sta bene …. a tutti i teatranti.

 Agli artisti, anch’essi instancabili utopisti, con l’animo in fiamme, alla ricerca della vita per la vita.
Alice Rivagli

 

Opere Michele Mereu

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BODY CIRCUS

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body circus

Dell’ostensione e dell’ostentazione del corpo l’arte contemporanea ha fatto vangelo. Almeno per una parte significativa e in certi momenti dominante, il corpo è stato e continua a essere il luogo privilegiato, il Sancta Sanctorum del conflitto: “l’arte sceglie il corpo, un corpo usato, usurpato, abusato, mostrato, un corpo tagliato, ferito, drammatizzato, un corpo come perdita di sé, il corpo di Artaud e dell’atto di crudeltà, il corpo senza organi di Deleuze e Guattari, il bio-potere come disciplinazione culturale dei corpi di Foucault, il corpo che lotta, che si ribella, che indica la fuoriuscita dalle coercizioni del potere e che evidenzia i rapporti intrattenuti dai poteri/saperi sui corpi”. Tutto questo perché, sempre con le parole di Francesca Alfano Miglietti, “il corpo è, per il potere, la sede privilegiata su cui far transitare i bisogni e i desideri, processi fisiologici e metabolismi, attitudini da controllare e reprimere”. Corpo, dunque, come sede del controllo sociale e della repressione, corpo come “carnaio di segni”, come lo definisce Foucault e, per l’arte contemporanea, segno per antonomasia. Tuttavia, nonostante la dominanza di tale segno, non mancano artisti che sono riusciti, in un processo di sottrazione e occultamento del corpo, a comunicare tutta l’angoscia e la frustrante alienazione della contemporaneità negando la fisicità dei corpi e l’evidenza dirompente delle sue icone. È più efficace la rappresentazione della morte nei particolari anatomici fotografati da Andrés Serrano in un obitorio americano, che attraggono per il loro rigore formale e, allo stesso tempo, provocano repulsione per il loro crudo e raccapricciante contenuto o, piuttosto, gli algidi, asettici e vuoti ambienti fotografati da Lucinda Devlin, patinati quanto possono essere quelli di una rivista di arredamento, ma che altro non sono se non le “camere della morte” di diversi penitenziari americani, immortalati nella loro glaciale e intollerabile “pulizia” e nella loro disumana efficienza? E come interpretare i più recenti utilizzi del corpo in performance che ripropongono pratiche antiche come il fachirismo, la body modification, il cutting, la body suspension, la bloody art, per arrivare ai nuovi artisti del bondage e dello shibari,  in cui il corpo umano, anche se essenziale, diventa oggetto, mentre il soggetto che parla e si muove è la “corda”, appendice canapacea dei nervi del corpo? Protesi di varia natura in grado di esaltare quel corpo ibridato, trasfigurarlo, o paralizzarlo, e comunque di farlo rinascere sotto un’altra forma ed essenza, o con cui, prende vita l’essere di domani, al di là di ogni definizione sessuale o di genere. È questo body circus, spettacolo di provocazione, fatto di scarnificazioni, menomazioni ed erotismo, che non vuole spettatori, ma esige testimoni e complici, in cui gli artisti si violentano e auto torturano, lacrimano sangue, si fanno appendere con delle catene agganciate alla schiena, fondendo reale e surreale tra voyerismo ed esibizionismo. Esasperazione dettata dalla moda, roba per fuorviati e guardoni o, piuttosto ricerca di una identità non omologata al sistema, antidoto al declino,  trasgressione volta a sovvertire le convinzioni in materia d’espressione artistica? O, chissà, l’ennesimo sberleffo dell’arte contro una contemporaneità malata e della cui malattia anch’essa è, al contempo, testimone e complice?
Chiara Schirru –  Ivo Serafino Fenu

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MICHELE MEREU

Michele Mereu nasce a Siamaggiore (OR) nel 1954. Dai primi lavori figurativi degli anni ’70 a quelli concretisti e polimaterici dei decenni successivi, diviene ideatore e animatore di Askòsarte, progetto di arte contemporanea che esplora il rapporto sempre più stretto tra l’espressione artistica e le aree ai confini dei generi. Poliedrico nella sua produzione, disubbidiente al filo conduttore univoco, volutamente lavora in maniera incoerente attraversando tutte le discipline artistiche senza fare distinzione tra linguaggi espressivi, preferendo, tuttavia, in questi ultimi anni, dedicarsi al video e alla fotografia digitale.

Propter Deum, 2014, fotografia digitale, cm 60X40

Non deve stupire se tra le fonti di ispirazione primarie per l’artista contemporaneo, soprattutto per colui che fa del corpo l’oggetto della sua ricerca, vi siano ambiti tanto diversi e apparentemente lontani quali il sacro – l’iconografia cattolica in primis –, e l’immagine pornografica, in tutte le sue oramai inclassificabili declinazioni. Di tale uso e abuso imputabile a entrambe, seppur con finalità affatto diverse, Michele Mereu dà conto nelle sue opere recenti, istituendo parallelismi e contiguità irriverenti quanto perturbanti ma, allo stesso tempo, disvelando ciò che spesso si preferirebbe non vedere: il martirio che conduce alla santità e la sua ostensione, come modello per la salvezza dell’anima, sono connessi con gran parte delle pratiche S/M e bondage, ben più terrene, attraverso la mortificazione della carne, nella ricerca del godimento.
Ivo Serafino Fenu

 

The Dark Knight

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The Dark Knight
Storie di Luigi delle Bicocche

Dal Cavaliere infinito al Cavaliere oscuro il passo è stato lungo, lungo quanto basta per scendere (o precipitare) dal cielo alla terra. Era il 1999 quando Filippo Martinez, nella doppia veste di artista e di curatore, organizzò per la Sartiglia, nei locali dell’Hospitalis Sancti Antoni, una mostra dedicata a Su Componidori, il “Cavaliere infinito” appunto, nel tentativo di restituirgli un’aura sacrale, misterica e misteriosa, un’androginia ambigua e conturbante e sottrarlo allo stereotipo di innocua mascherina veneziana al quale nel tempo, e ancora oggi, veniva e viene troppo spesso accostato. Tuttavia mala tempora currunt, sed peiora parantur e, pertanto, è ora di passare dal mito alla quotidianità, magari con la mediazione di Batman, il “Cavaliere oscuro”, il più umano tra i supereroi, per riflettere sui temi dell’essere un eroe in crisi o, piuttosto, un eroe in tempo di crisi, dell’essere eroi di una “giostra” combattuta nella quotidianità e, di questa quotidianità, metterne in evidenza il lato oscuro, l’indicibile, la sua banalità. Oltre Su Componidori Infinito dunque, a raccontare la storia di un Batman perdente che, con un linguaggio contemporaneo e pop, sveste i panni del superuomo e indossa gli umanissimi stracci di Luigi delle Bicocche, ironico e tragico personaggio raccontato e cantato da Caparezza. Eroe contemporaneo che dice goodbye ai macellai, che è pane per gli usurai, un eroe che combatte per la pensione e che prova a proteggere i suoi cari «dalle mani dei sicari e dei cravattari», un eroe che a qualunque età è già fuori mercato, che vive nella camera 237 ma che non farà la sua famiglia a fette, perché è un eroe. Un cavaliere oscuro che combatte l’oscurità del giorno, che non infilza stelle ma rischia d’essere infilzato dalla pornografia dei talk show e fagocitato nell’invereconda “fabbrica dei mostri” della televisione. Un eroe la cui epopea è ancora tutta da raccontare, al quale l’artista può dar voce senza scadere nella cronaca o nella sociologia cialtrona dei mass media, perché l’arte contemporanea ha gli anticorpi per parlare – senza retorica, con sguardo obliquo, con distacco e pietas o solo con sufficiente e disincantata ironia – dell’umanissima e antieroica vicenda di colui che «torna a casa distrutto la sera» e ha «la bocca impastata come calcestruzzo in una betoniera» e arche di se stessa, tenuta in vita, nel suo arrancare alla ricerca di senso, dai tanti artisti, parenti stretti, a loro modo, di Luigi delle Bicocche.

La mostra, prodotta dal Comune di Oristano e curata da Ivo Serafino Fenu, si svolgerà presso la Pinacoteca “Carlo Contini” di Oristano presumibilmente da venerdì 1° febbraio a sabato 30 marzo 2013 e vedrà coinvolti, a raccontare l’eroica quotidianità dei tanti “Cavalieri oscuri delle Bicocche”, alcuni dei più interessanti protagonisti del panorama artistico isolano di questi ultimi anni.

Artisti invitati :
Barbara Ardau e Mimmo Di Caterino, Silvia Argiolas, Leonardo Boscani, Elisabetta Falqui, Alberto Marci, Tonino Mattu, Gianni Nieddu, Pastorello, Vincenzo Pattusi, Egle Picozzi, Progetto ASKOS (Chiara Schirru e Michele Mereu), Francesca Randi, Giuliano Sale, Pietro Sedda, Gianfranco Setzu, Alberto Spada, Gianluca Vassallo.

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Progetto ASKOS (Chiara Schirru e Michele Mereu)

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Me, Myself and I

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Michele Mereu

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Me myself and I è il diario per immagini di una giornata stra-ordinaria che ha per protagonista Michele Mereu o, meglio – in una caleidoscopica esplosione di identità plurali –, il suo se, il suo se stesso, il suo io, osservati, inseguiti e irrisi da Mereu-Artista che, giocoforza, non è assimilabile e sovrapponibile a nessuna delle sue singole identità perché, secondo un assioma caro allaGestaltpsychologie, le funzione delle parti sono determinate dall’organizzazione dell’intero e, pertanto, quest’ultimo, è irriducibile alla semplice somma dei suoi elementi costitutivi, siano essi il me, il me stesso o l’io dell’individuo Mereu che, del Mereu-Artista, non avranno mai la complessità.
Del resto, quello dell’Identità, nell’epoca della frammentazione e/o della frantumazione dell’Io, dell’essere e del non essere o dell’essere uno, nessuno e centomila, dell’Identità e delle Identità plurime, intercambiali e indefinibili, ambigue e sfuggenti in rapporto alle distinzioni e alle gerarchie della società o, viceversa, rapportate alle esperienze del singolo, delle Identità schizoidi e non ricomponibili, delle Identità in prestito o del Prestito delle Identità, è divenuto, e non poteva essere altrimenti, viste le implicazioni di natura sociale e individuale, uno dei temi più scottanti, più controversi e, necessariamente, più dibattuti in seno all’arte contemporanea.
In quest’ottica e in rapporto a una temporalità definita eppure accidentale e contingente, Michele Mereu, l’Artista, in un delirio narcisistico, egocentrico e autoreferenziale affatto contemporaneo, si offre allo spettatore come creatura Una e multipla, costituita da entità plurali e interscambiabili, che possono proporsi, senza copyright, nelle più svariate e autonome operazioni artistiche, assemblate e raccordate, appunto, in una giornata stravagante, resa “probabile” dai consueti e rassicuranti riti della quotidianità e “improbabile” da una dimensione onirica, surreale e inquietante, una giornata che impone una sospensione di giudizio, una giornata particolare, scandita da rispecchiamenti, sdoppiamenti e iperbolici nonsense, una giornata nella quale è più facile perdersi che ritrovarsi.
Ivo Serafino Fenu

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Mi piace molto che in un’opera d’arte si ritrovi trasposto, a livello di personaggio, il soggetto stesso dell’opera, a confronto con quel procedimento del “ritratto” che consiste, nel primo, a mettere il secondo ‘en abyme’». (André Gide)

Partendo dalla celebre formulazione del concetto di mise en abyme proposta da André Gide, Michele Mereu racconta sé stesso, con un  progetto curioso e provocatorio dal titolo Me Myself and I, che attraverso un inabissamento identitario, riannoda le trame di momentiattuali e passati, reali o solo immaginati, in cui l’artista diventa contenitore e contenuto di uno spazio artistico totale, in cui tangibile è l’esigenza di aprirsi a inesplorati campi semantici.
Il medium prescelto per il progetto è la fotografia, strumento che all’interno dell’arte contemporanea si connota sempre più come portatrice di significati che vanno al di là del dato reale, scatti che l’artista può, manipolando, caricare di volta in volta di valori ambigui e concettuali, capaci di svelare il mondo sommerso che lo/ci circonda.
La classica domanda, cioè quale debba essere il ruolo dell’artista, (se è vero, che non esiste una “cosa” chiamata arte, ma esistono gli artisti e le loro opere), viene indagata da Mereu attraverso questo insolito progetto, persuaso più che mai, che sia preliminare capire in prima battuta il ruolo dell’artista, e poi ciò che esso produce, cioè ciò che convenzionalmente viene chiamata arte.
Colta, dunque, come un’opportunità, quella di raccontarsi provando ad esprimere la propria poetica usando i linguaggi che gli vengono offerti dal suo tempo, Michele si fa protagonista della propria ricerca artistica e intellettuale, quand’anche fosse una ricerca inutile, dimenticata, oscura, uscendo dai sistemi “autoreferenziali” dell’arte, per affrontare in primis il proprio ruolo personale all’interno della stessa.
Me, Myself and I si esaurisce all’interno di una giornata circolare in cui l’autore è, da un lato l’esecutore e il manipolatore degli scatti, e dall’altro il personaggio ri-flesso che vive, lavora, cucina, con un’appendice festiva in cui il protagonista si dedica allo spirito in un’ indagine identitaria, che lungi dal far conoscere, ri-consegna un’individualità che risulta  risucchiata in un magma impenetrabile.
L’attività immaginaria e le sue mediazioni simboliche si consegnano alla libertà della ricerca di stile, svincolandosi dalle tautologie da sistema e mettendosi in una postazione di un’ intrinseca e disincantata eticità senza modelli.

Alice Rivagli

RENAISSANCE

A cura di Roberta Filippelli_Testi in catalogo di Mariolina Cosseddu

Un parterre fiorito accoglie due fanciulle di candida bellezza intente a cercare tra l’erba piccole gabbie che contengono bambini in miniatura. Come in un quadro preraffaellita l’immagine rimane sospesa tra il sogno e la visionarietà, accentuata dalla profondita di campo che ribalta la consueta percezione della realtà e ne strania i contenuti.

Mariolina Cosseddu

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Lookin for life, 2011