The Dark Knight

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The Dark Knight
Storie di Luigi delle Bicocche

Dal Cavaliere infinito al Cavaliere oscuro il passo è stato lungo, lungo quanto basta per scendere (o precipitare) dal cielo alla terra. Era il 1999 quando Filippo Martinez, nella doppia veste di artista e di curatore, organizzò per la Sartiglia, nei locali dell’Hospitalis Sancti Antoni, una mostra dedicata a Su Componidori, il “Cavaliere infinito” appunto, nel tentativo di restituirgli un’aura sacrale, misterica e misteriosa, un’androginia ambigua e conturbante e sottrarlo allo stereotipo di innocua mascherina veneziana al quale nel tempo, e ancora oggi, veniva e viene troppo spesso accostato. Tuttavia mala tempora currunt, sed peiora parantur e, pertanto, è ora di passare dal mito alla quotidianità, magari con la mediazione di Batman, il “Cavaliere oscuro”, il più umano tra i supereroi, per riflettere sui temi dell’essere un eroe in crisi o, piuttosto, un eroe in tempo di crisi, dell’essere eroi di una “giostra” combattuta nella quotidianità e, di questa quotidianità, metterne in evidenza il lato oscuro, l’indicibile, la sua banalità. Oltre Su Componidori Infinito dunque, a raccontare la storia di un Batman perdente che, con un linguaggio contemporaneo e pop, sveste i panni del superuomo e indossa gli umanissimi stracci di Luigi delle Bicocche, ironico e tragico personaggio raccontato e cantato da Caparezza. Eroe contemporaneo che dice goodbye ai macellai, che è pane per gli usurai, un eroe che combatte per la pensione e che prova a proteggere i suoi cari «dalle mani dei sicari e dei cravattari», un eroe che a qualunque età è già fuori mercato, che vive nella camera 237 ma che non farà la sua famiglia a fette, perché è un eroe. Un cavaliere oscuro che combatte l’oscurità del giorno, che non infilza stelle ma rischia d’essere infilzato dalla pornografia dei talk show e fagocitato nell’invereconda “fabbrica dei mostri” della televisione. Un eroe la cui epopea è ancora tutta da raccontare, al quale l’artista può dar voce senza scadere nella cronaca o nella sociologia cialtrona dei mass media, perché l’arte contemporanea ha gli anticorpi per parlare – senza retorica, con sguardo obliquo, con distacco e pietas o solo con sufficiente e disincantata ironia – dell’umanissima e antieroica vicenda di colui che «torna a casa distrutto la sera» e ha «la bocca impastata come calcestruzzo in una betoniera» e arche di se stessa, tenuta in vita, nel suo arrancare alla ricerca di senso, dai tanti artisti, parenti stretti, a loro modo, di Luigi delle Bicocche.

La mostra, prodotta dal Comune di Oristano e curata da Ivo Serafino Fenu, si svolgerà presso la Pinacoteca “Carlo Contini” di Oristano presumibilmente da venerdì 1° febbraio a sabato 30 marzo 2013 e vedrà coinvolti, a raccontare l’eroica quotidianità dei tanti “Cavalieri oscuri delle Bicocche”, alcuni dei più interessanti protagonisti del panorama artistico isolano di questi ultimi anni.

Artisti invitati :
Barbara Ardau e Mimmo Di Caterino, Silvia Argiolas, Leonardo Boscani, Elisabetta Falqui, Alberto Marci, Tonino Mattu, Gianni Nieddu, Pastorello, Vincenzo Pattusi, Egle Picozzi, Progetto ASKOS (Chiara Schirru e Michele Mereu), Francesca Randi, Giuliano Sale, Pietro Sedda, Gianfranco Setzu, Alberto Spada, Gianluca Vassallo.

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Progetto ASKOS (Chiara Schirru e Michele Mereu)

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Me, Myself and I

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Michele Mereu

me, myself and I

Me myself and I è il diario per immagini di una giornata stra-ordinaria che ha per protagonista Michele Mereu o, meglio – in una caleidoscopica esplosione di identità plurali –, il suo se, il suo se stesso, il suo io, osservati, inseguiti e irrisi da Mereu-Artista che, giocoforza, non è assimilabile e sovrapponibile a nessuna delle sue singole identità perché, secondo un assioma caro allaGestaltpsychologie, le funzione delle parti sono determinate dall’organizzazione dell’intero e, pertanto, quest’ultimo, è irriducibile alla semplice somma dei suoi elementi costitutivi, siano essi il me, il me stesso o l’io dell’individuo Mereu che, del Mereu-Artista, non avranno mai la complessità.
Del resto, quello dell’Identità, nell’epoca della frammentazione e/o della frantumazione dell’Io, dell’essere e del non essere o dell’essere uno, nessuno e centomila, dell’Identità e delle Identità plurime, intercambiali e indefinibili, ambigue e sfuggenti in rapporto alle distinzioni e alle gerarchie della società o, viceversa, rapportate alle esperienze del singolo, delle Identità schizoidi e non ricomponibili, delle Identità in prestito o del Prestito delle Identità, è divenuto, e non poteva essere altrimenti, viste le implicazioni di natura sociale e individuale, uno dei temi più scottanti, più controversi e, necessariamente, più dibattuti in seno all’arte contemporanea.
In quest’ottica e in rapporto a una temporalità definita eppure accidentale e contingente, Michele Mereu, l’Artista, in un delirio narcisistico, egocentrico e autoreferenziale affatto contemporaneo, si offre allo spettatore come creatura Una e multipla, costituita da entità plurali e interscambiabili, che possono proporsi, senza copyright, nelle più svariate e autonome operazioni artistiche, assemblate e raccordate, appunto, in una giornata stravagante, resa “probabile” dai consueti e rassicuranti riti della quotidianità e “improbabile” da una dimensione onirica, surreale e inquietante, una giornata che impone una sospensione di giudizio, una giornata particolare, scandita da rispecchiamenti, sdoppiamenti e iperbolici nonsense, una giornata nella quale è più facile perdersi che ritrovarsi.
Ivo Serafino Fenu

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catalogo

Mi piace molto che in un’opera d’arte si ritrovi trasposto, a livello di personaggio, il soggetto stesso dell’opera, a confronto con quel procedimento del “ritratto” che consiste, nel primo, a mettere il secondo ‘en abyme’». (André Gide)

Partendo dalla celebre formulazione del concetto di mise en abyme proposta da André Gide, Michele Mereu racconta sé stesso, con un  progetto curioso e provocatorio dal titolo Me Myself and I, che attraverso un inabissamento identitario, riannoda le trame di momentiattuali e passati, reali o solo immaginati, in cui l’artista diventa contenitore e contenuto di uno spazio artistico totale, in cui tangibile è l’esigenza di aprirsi a inesplorati campi semantici.
Il medium prescelto per il progetto è la fotografia, strumento che all’interno dell’arte contemporanea si connota sempre più come portatrice di significati che vanno al di là del dato reale, scatti che l’artista può, manipolando, caricare di volta in volta di valori ambigui e concettuali, capaci di svelare il mondo sommerso che lo/ci circonda.
La classica domanda, cioè quale debba essere il ruolo dell’artista, (se è vero, che non esiste una “cosa” chiamata arte, ma esistono gli artisti e le loro opere), viene indagata da Mereu attraverso questo insolito progetto, persuaso più che mai, che sia preliminare capire in prima battuta il ruolo dell’artista, e poi ciò che esso produce, cioè ciò che convenzionalmente viene chiamata arte.
Colta, dunque, come un’opportunità, quella di raccontarsi provando ad esprimere la propria poetica usando i linguaggi che gli vengono offerti dal suo tempo, Michele si fa protagonista della propria ricerca artistica e intellettuale, quand’anche fosse una ricerca inutile, dimenticata, oscura, uscendo dai sistemi “autoreferenziali” dell’arte, per affrontare in primis il proprio ruolo personale all’interno della stessa.
Me, Myself and I si esaurisce all’interno di una giornata circolare in cui l’autore è, da un lato l’esecutore e il manipolatore degli scatti, e dall’altro il personaggio ri-flesso che vive, lavora, cucina, con un’appendice festiva in cui il protagonista si dedica allo spirito in un’ indagine identitaria, che lungi dal far conoscere, ri-consegna un’individualità che risulta  risucchiata in un magma impenetrabile.
L’attività immaginaria e le sue mediazioni simboliche si consegnano alla libertà della ricerca di stile, svincolandosi dalle tautologie da sistema e mettendosi in una postazione di un’ intrinseca e disincantata eticità senza modelli.

Alice Rivagli

RENAISSANCE

A cura di Roberta Filippelli_Testi in catalogo di Mariolina Cosseddu

Un parterre fiorito accoglie due fanciulle di candida bellezza intente a cercare tra l’erba piccole gabbie che contengono bambini in miniatura. Come in un quadro preraffaellita l’immagine rimane sospesa tra il sogno e la visionarietà, accentuata dalla profondita di campo che ribalta la consueta percezione della realtà e ne strania i contenuti.

Mariolina Cosseddu

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Lookin for life, 2011