
humanity circus (pittura)
Non sono mai riuscito a trovare una spiegazione chiara e indubitabile sui meccanismi che portano l’uomo a concepire l’arte.
Essa è una delle espressioni dello spirito umano che non possiamo comprendere.
Si possono azzardare teorie e disquisire a lungo in merito all’argomento senza trovare risposte essenziali. Con questa premessa, credo che il “fare artistico” possa essere vissuto unicamente come ricerca personale senza l’ambizione di de-finirne l’origine. Creatività come sorella più intima che mi dà l’opportunità di esprimere il mio vivere.
Michele Mereu
bio#3

TEORIE e chiacchiere, nient’altro. Crediamo di capire, ci sentiamo superiori, mentre in realtà giudichiamo, classifichiamo,
separiamo – Ci ostiniamo a proporre sempre le stesse cose, senza accorgerci che questa forma mentale inaridisce e prosciuga ogni cosa.
Nascondiamo dietro discorsi di stile il V U O T O creativo e l’assenza di idee.
MA L’ARTE E’ UN CONCETTO VIVO. – dinamico, in continua evoluzione e TRASFORMAZIONE. E’ la forma più alta d’ apertura a nuove conoscenze. E si rinnova continuamente distruggendo ogni forma di arroccamento. E’ RICERCA. – Per questo mi piace camminare, da solo. Senza meta e senza idee. Dimenticare chi sono, il mio nome e il lavoro che faccio. Perdersi per ritrovarsi. E nell’ASSENZA, senza pretese, arrivano parole nuove. Nascono pensieri nuovi. TRAPELA LO STUPORE. E’ in quel momento che ritrovo forte la mia identità. E insieme la capacità di scoprire il DIVERSO. FRAMMENTI MAGICI, in cui appare chiaro il senso delle cose.

bio#2
Sono poche le persone che possono esprimere aspri giudizi e critiche dirette su cose e chi ci circonda, giustificando con la vita questo comportamento. Michele è una di queste. Estraneo al compromesso. Anomalo nella sua inadeguatezza alla bugia e ai falsi alibi. Defilato dal preconcetto e dai percorsi stabiliti. Irrimediabilmente libero. La sua creatività segue un tracciato parallelo. Scaturisce dall’impossibilità di accettare lo stato delle cose.E’ una forza centrifuga ed istintiva. Arriva dagli anfratti della memoria spinta da un’inarrestabile ribellione interiore. Si oppone al prestabilito, al precluso, all’imposto. Si placa nel segno e nel colore.Imprime un marchio alle sue opere. E’ come un impeto originario, l’artista è il tramite che svela e nulla può fare se non assecondare quest’impulso. Le opere sono immediate, subordinate allo stato interiore. Fluiscono rapide, senza alcuna. progettazione. All’abbozzo iniziale segue una fase a prima vista disordinata eppure decisa di manipolazione in cui l’opera è trasformata da vari interventi, sovrapposizioni di materia, fratture, aggregazioni d’elementi, e ancora masse – atomi – ombre – sanguinamenti. Trasformazioni radicali che avvengono in maniera misteriosa aprendo spazi e possibilità ad un “nuovo” latente e intrigante. Simboli primordiali e segni ereditati dalla memoria arcaica s’impongono con prepotenza, costituiscono una costante nei suoi lavori. Una ricerca senza fine. Un condursi nell’arte come nella vita, dato a chi ha già compiuto i suoi esorcismi e spezzato le catene dell’asservimento dentro di sé.
chiara schirru
L’intervista
1) Michele partiamo dal tuo rapporto con l’arte, non ha limite di genere, di media e di relazioni; la tua ricerca è intrecciata con quella della tua compagna di arte e di vita e va oltre il media d’utilizzo, pittura, scultura, videoarte, performance, fotografia e quant’altro; fai un uso disinvolto dei media integrati e con Chiara hai creato uno spazio di rete a Solarussa che funge da incontro dialettico e da polo di ricerca comune tra gli artisti dell’isola. Ma se un artista è in grado di fare tutto questo da solo (e con altri artisti), allora a che cosa servono gli “addetti ai lavori”?

Con questa domanda hai colto perfettamente il senso del mio fare artistico, in effetti il filo conduttore che mi contraddistingue oggi è l’incoerenza accompagnata da una insofferenza verso il sistema. Mi impegno fortemente a mantenere questa linea perché mi trovo a mio agio. Ho fatto un patto con me stesso in questo momento di maturità artistica ed è quello di sfuggire ad ogni tipo di cliché. In poche parole faccio arte quando è necessario e l’affronto come un viaggio pieno di incognite, su cui lavorare giorno per giorno senza dare per scontato ciò che farò domani, e in questo l’uso dei media mi agevola. In certi momenti la pittura non mi basta e la fotografia e il video mi offrono gli strumenti congeniali per esprimermi in completa libertà di stile (anche copiando chi mi piace, copiare non è cosa facile bisogna studiare tanto). Da ragazzo mi ispiravo agli impressionisti e ai macchiaioli e spinto dalla pulsione tipica dei novelli artisti dipingevo giornate intere riuscendo ad avere anche un risultato economico. Già da allora comunque si intravedeva la mia insofferenza nella ripetizione e per sopperire a ciò, nella stessa mostra, esponevo diverse tecniche di pittura con soggetti sempre diversi.
Unione di desideri e competenze, è stato quello che ha stimolato l’avventura artistica con Chiara. La collaborazione è un must del nostro tempo. La forza e la bravura degli altri non devono provocare invidia, ma al contrario devono aumentare la forza. E l’incontro con lei è stato determinante per dare vita, prima a un’associazione no profit, che si chiama Askosarte e che ci ha permesso di rapportarci anche con le Istituzioni, e poi del pool artistico Progetto Askòs, con cui agiamo quando condividiamo un progetto visivo. Una cosa l’abbiamo capita subito. Avevamo fretta, volevamo uno spazio espositivo sempre pronto ad accogliere idee, uno spazio dove poter agire in piena indipendenza. Abbiamo sempre creduto nell’assoluto bisogno di libertà dell’arte che rifugge cliché e confini troppo angusti ed è così che è nato il Project Space di Solarussa, sempre pronto per ospitare le idee dal giorno alla notte, prima che queste perdano la loro forza iniziale.
Intenzionalmente trasversale ai luoghi istituzionalizzati per l’arte, casa nostra, ripulita e adattata a spazio espositivo, è diventata luogo protetto per gli artisti che insieme alla loro arte portano sé stessi e la loro intimità.
Ma lo spazio, anche se importante, non è imprescindibile. Prova ne sia il fatto che le nostre mostre sono state realizzate con il coinvolgimento di numerosi artisti, anche in altre locations. La sfida era, semmai, riuscire a creare degli happening al di fuori dei soliti percorsi dell’arte, e dunque, dalle sedi deputate per ospitarli. Perciò abbiamo utilizzato le torri costiere di Torre Grande, di San Giovanni di Sinis, la stazione ferroviaria di Solarussa, case padronali come Casa Sanna, ecc. Il Web ci ha offerto uno strumento fondamentale per le relazioni che intessiamo ogni giorno, sia attraverso il sito, il blog e attraverso fb. Usato creativamente è una potenza per la comunicazione, ci ha dato modo di ospitare in periferia molti artisti che agiscono anche su canali più noti (non parlo solo di valore artistico, ma di visibilità)

Mi chiedi a cosa servano gli addetti ai lavori.
Teorizzare e storicizzare l’arte è indispensabile perché ne resti testimonianza.
L’arte per l’arte mi sta bene, ma oltre che essere una spinta personale e narcisistica, la creatività ha anche una funzione politica e sociale, e dunque pubblica. L’artista contemporaneo oggi ha molti più strumenti per promuove il suo lavoro, strumenti che possono essere dispersivi e confusi se non hai un’identità ben definita, ma che, rispetto a prima, ti possono rendere più autonomo dai soliti addetti ai lavori. Mi sembra che l’oggi appartenga di più agli eclettici, agli artisti che sono tutt’uno con la propria opera, che ne sanno esprimere il senso. A chi gioca in prima persona, insomma, a chi non sa distinguere ciò che crea dalla propria vita.
Noi concretizziamo eventi dall’inizio alla fine, nel senso che elaboriamo un tema, individuiamo una rosa di artisti, realizziamo testi critici, oltre che mettere a disposizione lo spazio espositivo, provvedere, e con piacere, al rinfresco, e in certi casi all’ospitalità, elaborare e realizzare cataloghi, occuparci della stampa, della pubblicità e del trasferimento delle opere, e sempre con i nostri mezzi. Quando invitiamo un critico o un curatore, lo facciamo con grande rispetto, perché lo vediamo come un interlocutore, una collaboratore che aggiunge valore con una visione altra di ciò che è già connotato.
Ci sono, però, artisti che sono bravissimi tecnicamente ma mancano di forza propulsiva per promuovere i loro progetti e hanno bisogno dei classici meccanismi e di qualcuno che scopra il loro stile e la loro poetica.
2) C’è un filone comune nel tuo muoverti tra un media dell’arte e un altro, quello di non prendersi troppo sul serio e, mi sembra, di non prendere troppo sul serio l’arte contemporanea, sembra che tu dica a questo o a quel pittore, a questo o a quel artista, riesco a farlo anche io, quasi a fargli il verso ironico o a rispondergli; mi spiego meglio, con il suo linguaggio sembri con ironia confutarne la tesi, mi sbaglio?
L’arte contemporanea è affare serio, forse il sistema che la muove non lo è, a me, di certo non soddisfa. Ho rispetto per tutti gli artisti ma intravedo nel mondo dell’arte, troppa supponenza, troppo egoismo, scarso impegno sociale e poca umiltà, me compreso. Gli artisti oggi sono troppo impegnati a costruirsi il curriculum alla stregua di un manager, attenti a non mischiarsi (Accademie, gallerie, critici ecc.) e a costruire il proprio lavoro secondo le tendenze attuali di moda e mercato. Per questo cerco di ironizzare e sembra che faccia il verso a quello o a quell’altro genere. E’ il mio modo di esorcizzare le frustrazioni provocate dal sistema. La mia fortuna sta nel non sentirmi per niente legato a ciò che produco e di non dovermi sostenere economicamente con l’arte; è molto probabile che in uno dei miei ultimi lavori pittorici vi siano, sotto, altri cinque o sei strati di pittura. Se avessi tenuto tutto quello che ho prodotto negli ultimi anni, avrei avuto bisogno di un capannone industriale.
3) Ragioniamo sull’isola, quanta reale attenzione c’è da parte delle istituzioni, sul lavoro e le ricerche degli artisti che animano il territorio? In un momento di profonda crisi sociale, economica e culturale, in fondo basterebbe partire dai propri artisti per creare didattica e dialettica dell’arte contemporanea ed esportare contemporaneamente un modello linguistico dell’arte con le sue specificità identitarie come quello isolano, sbaglio?
La vicenda del Man di Oristano, a cui tu, Barbara e molti altri artisti avete collaborato, è la risposta alla tua domanda.
La nostra è stata un’operazione artistica performativa per stimolare attenzione e dibattito, e per difendere la “trasparenza” con cui dovrebbe agire un’istituzione come il Man di Nuoro. Un’ironica provocazione per irridere il “sistema” e l’organizzazione di coloro i quali, erano stati individuati per elaborare una programmazione e una mappatura delle realtà dell’arte contemporanea nell’Isola. Da cui noi, ma anche voi, e molti altri, eravamo stati esclusi. Ora, se è vero che chi agisce in modo trasversale come noi, autofinanziandosi, è poco interessato ai classici sistemi dell’arte, è altrettanto vero che chi ha il compito di rilevare le realtà artistiche dell’Isola, ha il dovere di riconoscere che esisti.
Non credo possa cambiare nulla, o che possa arrivare niente di buono, perpetrando e alimentando questo sistema.
E non apprezzo chi si fionda sulle opportunità, a discapito degli altri. Valorizzando gli altri, valorizzo anche me stesso, ma evidentemente non siamo tutti d’accordo. Sicuramente non si capiva come quel gruppo di eletti fosse stato “investito” di siffatto potere, escludendo qualsiasi realtà artistica nell’oristanese (sottolineo che tra gli invitati non era stato rilevato nessun artista, né tantomeno associazioni artistiche che operassero nel settore), visto che i dati sul web parlano chiaro.
In ogni caso il Man è già un regalo per quest’Isola, o almeno, lo è stato in molte occasioni, un’oasi in un deserto.
Purtroppo, tranne qualche amministrazione illuminata, le istituzioni sembrano interessate solo al folclore e alle sagre. Tutt’al più investono nell’arte storicizzata e sicura. Credo che si tratti, soprattutto, di mentalità. La maggior parte delle persone vuole queste cose e dunque, non si può dare torto a chi le accontenta.
Parlare di collezionismo poi è ancora più complesso e lontano dalla realtà locale.
Come dicevo prima ci si ritrova ad avere molti potenziali strumenti per far conoscere quello che fai, ma è l’attenzione di un pubblico che manca, che non è preparato e che non ha tempo per l’arte.
Bisognerebbe ricominciare tutto da capo. Dagli input che diamo ai nostri figli, ricominciare a parlare del valore della creatività, di sensibilità, e di intelligenza emotiva.

Di quali specificità identitarie parli?
Dai, scherzo, cercando di scavare sull’identità, proprio l’anno scorso, nel Project Space di Solarussa, spazio inquieto ma che agisce naturalmente, anche per favorire l’inserimento in una dimensione globale dell’arte pensata nell’isola, Askosarte ha presentato un ciclo di mostre all’interno della rassegna “Isola Mutante”, curata dalla giovane Alice Rivagli, che ha che ha invitato gli artisti a indagare la propria identità attraverso i segni e i simboli che spesso, e prepotentemente, filtrano dalle loro opere, per individuare cosa sia ancora sentita come sacra memoria, cosa sia davvero rimasto degli archetipi del passato, saldamente radicato nel dna di chi appartiene per nascita o per scelta a questa terra, e cosa sia invece in trasformazione.
Come scriveva Chiara nel testo di presentazione della Rassegna, una sorta di osservatorio di queste massime alterazioni, nella consapevolezza che esista un continuum spazio temporale e che l’intreccio tra memoria e contemporaneo, sincroni nella creatività artistica, obblighino a reinventare un diverso spazio visivo, che fugga le retoriche turistico – celebrative per condurci, invece, in una sorta di segreto e intenso percorso
Anche se, onestamente, agiamo convinti che la periferia non esista più: l’arte in paese non è arte paesana e la Sardegna è un Isola, ma non è isolata, come non lo è nessun angolo recondito della terra.
La nostra si limita ad un’osservazione di ciò che è il momento della creatività “locale” contemporanea.
Succede spesso, che gli artisti portino proposte personali che dimostrano che esiste tra di loro, un percorso fatto di discordanze ma anche di affinità, che rivela l’infinità di somiglianze che ci portiamo dentro in qualsiasi parte del globo. Attraverso le informazioni che passano dalle opere (e che questi siano sardi, “continentali” o stranieri, poco importa), emerge, spesso, una familiarità tra i lavori portati in mostra, che sicuramente è data dalla presenza di un tema, ma spesso, il vero motivo è un altro: gli uomini, in qualsiasi posto della terra, inserendosi in determinate frequenze ed esposti agli stessi stimoli, si esprimono con opere artistiche che presentano forti analogie.
Link dell’intervista suwww.cagliariartmagazine.it
http://www.cagliariartmagazine.it/michele-mereu-con-incoerenza-insofferente-al-sistema/
bio

Spirito ribelle ed eclettico, interessato alle diverse culture e sempre pronto a rimettere in discussione sé stesso. Un’occhiata al passato per poter nuovamente inquadrare con determinazione la direzione da intraprendere. In un presente sempre più ricco di spunti e influenze, nasce uno stile che non può mai essere pienamente classificato tanto profonde sono le implicazioni e i richiami che servono a dare forma ad opere espressive molto eterogenee tra loro. Trasgressore delle barriere codificate tra i generi, libero creativo itinerante senza alcuna preclusione di stile o linguaggio. Introspettivo, con un quotidiano lastricato di musica e colori. Insofferente ai cliché del mondo classico e alla rigidità degli schemi, con una visione pittorica piena di richiami interiori, di voli verso il cosmo senza dimenticare il confronto con quanto lo circonda e sempre in bilico tra un mondo metafisico ed etereo e una terra pesante abitata da esseri abulici e alienati. A volte parte da immagini abbastanza semplici, quasi un rapporto ludico con la tela, in scambio e fusione con essa. Regalare colore per ricevere significati complessi; tesori nascosti che si mostrano ai più abili scalfitori e agli esploratori di territori inusuali. Trasformazioni radicali che avvengono in maniera misteriosa aprendo spazi e possibilità a un “nuovo” latente e intrigante. La sua visione pittorica nasce dall’esigenza di recuperare alla memoria la natura frammentaria ed evanescente della realtà. Un viaggio in cui IL SEGNO è il filo conduttore, l’elemento base per costruire una rete di emozioni capaci di evocare il fantasma del “tempo”.
alwais me
a cura di Ilaria Mura

LE RELAZIONI PERICOLOSE
Le relazioni pericolose alla Pinacoteca di Oristano
Lidia Bachis, Nicola Caredda, Francesco Casale, Simone Cireddu, Gavino, Ganau, Vincenzo Grosso, Lucideddu, Daniela e Francesca Manca, Tonino Mattu, Max Mazzoli, Michele Mereu, Pastorello, Ivan Pes, Pietrolio, Pietro Sedda, Gianfranco Setzu e Alfredo Tanchis.
Curata da Massimo Atzori, Ivo Serafino Fenu e Paolo Licheri, la mostra d’arte contemporanea è prodotta dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Oristano in collaborazione col Cineforum Lost in Translation e col contributo della Fondazione Banco di Sardegna. Sarà visitabile fino a lunedì 25 aprile e, durante i giorni d’apertura, in collaborazione con la Biblioteca comunale, proporrà la proiezione di una serie di film nei quali è stringente il rapporto tra cinema e arti visive.
di Massimo Atzori, Ivo Serafino Fenu e Paolo Licheri
Che il rapporto tra immaginario filmico e arti visuali sia biunivoco è un dato acquisito dalla critica seppure, dall’invenzione del cinematografo ai giorni nostri, difficilmente gli influssi, le dipendenze, le citazioni tra i due ambiti siano state equivalenti e costanti nel tempo. Come per i fotografi, anche per i pionieri dell’animazione cinematografica, fu la pittura a influenzarli e condizionarne le scelte formali e gran parte delle immagini foto-cinematografiche traevano proprio dalla pittura – soprattutto quella accademica – le principali regole di composizione, inquadratura e rapporti tra ombre e luci. Non va dimenticato poi, che la citazione palese di forme e pose della tradizione pittorica fu considerata, da subito e per lungo tempo, una “nobilitazione intellettuale” sia del fotografo e/o del regista, sia delle loro opere.
In tal senso emblematica è la produzione filmica di Pier Paolo Pasolini – profondo conoscitore della storia dell’arte e allievo del grande storico e critico d’arte Roberto Longhi – la cui filmografia è pregna di omaggi alla grande tradizione pittorica del passato, da Giotto, nel Decameron a Mantegna, col suo Cristo in scurto, in Mamma Roma, fino ai veri e propri tableaux vivants manieristi de La ricotta.
Ancora, Derek Jarman con l’irriverente e provocatorio Sebastiane, primo lungometraggio del regista inglese, con le sue citazioni della pittura del ‘400 italiano, girato in Sardegna nel 1976 completamente in latino e che rilegge in chiave omoerotica il martirio del santo, per approdare poi, con Caravaggio, a una vera e propria riscrittura trasgressiva della mitografia dell’artista attraverso una maniacale ricostruzione dei set pittorici delle sue opere più famose.
Allo stesso modo, a quarant’anni di distanza dalla sua uscita nelle sale cinematografiche, il recente restauro di Barry Lyndon – uno dei film più significativi di Stanley Kubrick – ha permesso di apprezzare nuovamente lo straordinario lavoro di ricerca e accuratezza stilistica del regista in termini di costruzione e composizione dell’immagine, riportando così, data la strettissima relazione tra le immagini del film e certe opere pittoriche di fine ‘700 e inizio ‘800, un tema dibattuto e affascinante come quello della relazione, o se vogliamo, del dialogo, tra il cinema e la pittura.
Il cineasta si fa artista, il cineasta è artista, il cineasta è autore. I termini si sovrappongono, convergono, si annullano l’uno nell’altro, e in tal senso, un ponte ideale ci porta dall’epoca eroica di autentica sperimentazione delle avanguardie storiche alla Nouvelle Vague e alla Politica degli Autori, a quella lotta senza quartiere, appassionante e appassionata, a favore della libera espressione del regista, dell’autore. Libera espressione che si manifesta in personalità sanamente inquiete, che non si accontentano, quali quelle di Jean-Luc Godard e Michelangelo Antonioni con le loro ossessioni cromatiche, che attuano un progressivo e inevitabile smarrimento come registi per poi ritrovarsi e riemergere in una dimensione di nuova consapevolezza, tra cinema e pittura, come creatori tout court di immaginari che alla pennellata sostituiscono l’inquadratura.
Apparentemente, dunque, da questi pochi esempi citati, sembrerebbe coercitivo l’influsso della pittura sul cinema o, almeno, su molti registi che vivevano con una sorta di sudditanza la malìa di una tradizione aulica quanto pervasiva. Tuttavia, nelle nuove generazioni e tra gli artisti in particolare, tali rapporti si sono invertiti e così i più importanti protagonisti delle cosiddette e quanto mai polimorfe arti visuali, sono, viceversa, succubi del prodotto cinematografico, anch’esso, oramai, estremamente variegato sia nelle tecniche sia nei generi.
Cresciuti e formatisi non più o non solo sui paludati testi di Storia dell’Arte quanto, piuttosto, sui messaggi e sulle forme di quei maestri del cinema, sono stati vittime e protagonisti di un ribaltamento prospettico che, più o meno consapevolmente, ha forgiato il loro universo visivo: maestri del calibro di Rainer Werner Fassbinder, David Lynch, Peter Greenaway, Lars von Trier, Pedro Almodovar, Emir Kusturica, Quentin Tarantino, Tim Burton, Andy e Lana Wachowski di Matrix o i fratelli Coen – solo per citarne alcuni – insieme al caleidoscopico calderone di proposte che mescola e contamina generi, dai cartoon alle fiction, dal porno alle più dozzinali e popolari telenovelas.
La mostra Le relazioni pericolose, immaginario filmico e arti visuali, si pone l’obiettivo di proporre – senza pretesa di completezza ma assecondando il gusto tutt’altro che asettico dei curatori – una rosa di artisti, giovani e meno giovani che, nell’ultimo decennio, hanno, evidente, un imprinting cinematografico che traspare e che connota la loro ricerca estetica sfuggendo, tuttavia, al facile citazionismo o, ancor peggio, al tentativo maldestro di traslare da un medium all’altro forme e contenuti.
Una pluralità di voci – in piena età postmediale – che propone, dunque, un’estrema varietà di forme e di modi (installazioni, performance, testi, film e fotografie, elaborazioni digitali ecc.), col coinvolgimento diretto dello spettatore, chiamato a rapportarsi e riconoscersi in quell’immaginario, forse insidioso ma sicuramente stimolante sia per l’artista sia per le arti visuali in generale.
Un tentativo di andare oltre il semplice raffronto tra due mezzi espressivi, una riflessione sul concetto di rappresentazione nei film e nell’arte e sulla crisi di entrambi, una crisi strettamente legata alle radicali trasformazioni strutturali che l’industria cinematografica e il mercato dell’arte stanno vivendo e che ha investito e investe la sensibilità di registi e artisti, sempre più spesso indistinguibili, laddove il ricorso ora alla produzione filmica ora alla produzione artistica, si è nel tempo posto come elemento salvifico e nobilitante dell’un campo o dell’altro.
Domenica, 28 febbraio 2016
michele mereu


QUIXOTIC

a cura di Alice Rivagli (Askosarte)
in collaborazione con Hanife Ana
artisti: Lucideddu, Daniela e Francesca Manca,Tonino Mattu, Michele Mereu
– che giganti? – disse Sancio Panza.
– quelli che vedi là – rispose il suo padrone – dalle smisurate braccia; e ce n’è alcuni che arrivano ad averle lunghe due leghe.
– Badi la signoria vostra – osservò Sancio – che quelli che si vedono là non sono giganti ma mulini a vento, e ciò che in essi paiono le braccia, son le pale che girate dal vento fanno andare la pietra del mulino.
– si vede bene – disse Don Chisciotte – che non te n’intendi d’avventure; quelli sono giganti; e se hai paura, levati di qua, e mettiti a pregare, mentre io entrerò con essi in aspra e disugual tenzone.
Don Chisciotte della Mancia – Miguel de Cervantes –
Nell’ impenetrabile Don Chisciotte di Cervantes, se da un lato il protagonista appare come un dissennato che si muove spinto da una diversa percezione della realtà, dall’altra, il suo agire diventa una forma coraggiosa dell’essere sé stessi e del seguire la propria visione, fosse anche ir-reale, abnorme, sproporzionata in relazione al limite umano, eppure segretamente in accordo con gli infiniti e diversi approcci all’Esistere.
Del sogno di Chisciotte di aggiustare l’ingiusto e di raddrizzare lo storto, ciò che rimane, non è il fatto che sia riuscito o meno nell’ impresa, il senso, semmai, è nella bellezza del suo ideale, nel cammino percorso nel tentativo di realizzarlo e nella fedeltà ad esso, per quanto irragionevole e bizzarro possa sembrare. Il desiderio utopico di qualcosa di nuovo e di migliore in cui credere, visto non in maniera trascendente, ma come aspirazione che si nutre del presente.
Quixotic – traducibile anche con il termine visionario, non pretende di presentare riflessioni letterarie; si pone, semmai, come pretesto per seminare dubbi, sulle certezze acquisite, sull’omologamento, sul disfattismo imperante e sulla rassegnazione.
Sulle regole imposte che spengono l’immaginazione e le speranze, impedendo la realizzazione di un progetto di esistenza che abbia un suo intimo senso.
E’ disubbidienza della poesia alla prosa del mondo, dell’immaginazione alla realtà, della diversità alla cosiddetta normalità.
Il Don Chisciotte che propone Quixotic è quello libero, che non soppesa le conseguenze né l’utilità delle sue azioni; che grida ai quattro venti e a chiunque incontra qual è questo suo ideale; libero dai suoi fallimenti, dallo scherno altrui, dall’essere preso per pazzo: il don Chisciotte portato in mostra è libero perfino da se stesso.
Corrado D’Elia dedica un suo spettacolo sul Don Chisciotte a tutti i grandi sognatori…
A tutti gli illusi, a quelli che parlano al vento.
Ai pazzi per amore, ai visionari, a coloro che darebbero la vita per realizzare un sogno.
Ai reietti, ai respinti, agli esclusi. Ai folli veri o presunti.
Agli uomini di cuore, a coloro che si ostinano a credere nel sentimento puro.
A tutti quelli che ancora si commuovono.
Un omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni.
A chi non si arrende mai, a chi viene deriso e giudicato.
Ai poeti del quotidiano.
Ai “vincibili” dunque, e anche agli sconfitti che sono pronti a risorgere e a combattere di nuovo.
Agli eroi dimenticati e ai vagabondi.
A chi dopo aver combattuto e perso per i propri ideali, ancora si sente invincibile.
A chi non ha paura di dire quello che pensa
A chi ha fatto il giro del mondo e a chi un giorno lo farà.
A chi non vuol distinguere tra realtà e finzione.
A tutti i cavalieri erranti.
In qualche modo, forse è giusto e ci sta bene …. a tutti i teatranti.
Agli artisti, anch’essi instancabili utopisti, con l’animo in fiamme, alla ricerca della vita per la vita.
Alice Rivagli
Opere Michele Mereu
BODY CIRCUS

body circus
Dell’ostensione e dell’ostentazione del corpo l’arte contemporanea ha fatto vangelo. Almeno per una parte significativa e in certi momenti dominante, il corpo è stato e continua a essere il luogo privilegiato, il Sancta Sanctorum del conflitto: “l’arte sceglie il corpo, un corpo usato, usurpato, abusato, mostrato, un corpo tagliato, ferito, drammatizzato, un corpo come perdita di sé, il corpo di Artaud e dell’atto di crudeltà, il corpo senza organi di Deleuze e Guattari, il bio-potere come disciplinazione culturale dei corpi di Foucault, il corpo che lotta, che si ribella, che indica la fuoriuscita dalle coercizioni del potere e che evidenzia i rapporti intrattenuti dai poteri/saperi sui corpi”. Tutto questo perché, sempre con le parole di Francesca Alfano Miglietti, “il corpo è, per il potere, la sede privilegiata su cui far transitare i bisogni e i desideri, processi fisiologici e metabolismi, attitudini da controllare e reprimere”. Corpo, dunque, come sede del controllo sociale e della repressione, corpo come “carnaio di segni”, come lo definisce Foucault e, per l’arte contemporanea, segno per antonomasia. Tuttavia, nonostante la dominanza di tale segno, non mancano artisti che sono riusciti, in un processo di sottrazione e occultamento del corpo, a comunicare tutta l’angoscia e la frustrante alienazione della contemporaneità negando la fisicità dei corpi e l’evidenza dirompente delle sue icone. È più efficace la rappresentazione della morte nei particolari anatomici fotografati da Andrés Serrano in un obitorio americano, che attraggono per il loro rigore formale e, allo stesso tempo, provocano repulsione per il loro crudo e raccapricciante contenuto o, piuttosto, gli algidi, asettici e vuoti ambienti fotografati da Lucinda Devlin, patinati quanto possono essere quelli di una rivista di arredamento, ma che altro non sono se non le “camere della morte” di diversi penitenziari americani, immortalati nella loro glaciale e intollerabile “pulizia” e nella loro disumana efficienza? E come interpretare i più recenti utilizzi del corpo in performance che ripropongono pratiche antiche come il fachirismo, la body modification, il cutting, la body suspension, la bloody art, per arrivare ai nuovi artisti del bondage e dello shibari, in cui il corpo umano, anche se essenziale, diventa oggetto, mentre il soggetto che parla e si muove è la “corda”, appendice canapacea dei nervi del corpo? Protesi di varia natura in grado di esaltare quel corpo ibridato, trasfigurarlo, o paralizzarlo, e comunque di farlo rinascere sotto un’altra forma ed essenza, o con cui, prende vita l’essere di domani, al di là di ogni definizione sessuale o di genere. È questo body circus, spettacolo di provocazione, fatto di scarnificazioni, menomazioni ed erotismo, che non vuole spettatori, ma esige testimoni e complici, in cui gli artisti si violentano e auto torturano, lacrimano sangue, si fanno appendere con delle catene agganciate alla schiena, fondendo reale e surreale tra voyerismo ed esibizionismo. Esasperazione dettata dalla moda, roba per fuorviati e guardoni o, piuttosto ricerca di una identità non omologata al sistema, antidoto al declino, trasgressione volta a sovvertire le convinzioni in materia d’espressione artistica? O, chissà, l’ennesimo sberleffo dell’arte contro una contemporaneità malata e della cui malattia anch’essa è, al contempo, testimone e complice?
Chiara Schirru – Ivo Serafino Fenu

MICHELE MEREU
Michele Mereu nasce a Siamaggiore (OR) nel 1954. Dai primi lavori figurativi degli anni ’70 a quelli concretisti e polimaterici dei decenni successivi, diviene ideatore e animatore di Askòsarte, progetto di arte contemporanea che esplora il rapporto sempre più stretto tra l’espressione artistica e le aree ai confini dei generi. Poliedrico nella sua produzione, disubbidiente al filo conduttore univoco, volutamente lavora in maniera incoerente attraversando tutte le discipline artistiche senza fare distinzione tra linguaggi espressivi, preferendo, tuttavia, in questi ultimi anni, dedicarsi al video e alla fotografia digitale.
Propter Deum, 2014, fotografia digitale, cm 60X40
Non deve stupire se tra le fonti di ispirazione primarie per l’artista contemporaneo, soprattutto per colui che fa del corpo l’oggetto della sua ricerca, vi siano ambiti tanto diversi e apparentemente lontani quali il sacro – l’iconografia cattolica in primis –, e l’immagine pornografica, in tutte le sue oramai inclassificabili declinazioni. Di tale uso e abuso imputabile a entrambe, seppur con finalità affatto diverse, Michele Mereu dà conto nelle sue opere recenti, istituendo parallelismi e contiguità irriverenti quanto perturbanti ma, allo stesso tempo, disvelando ciò che spesso si preferirebbe non vedere: il martirio che conduce alla santità e la sua ostensione, come modello per la salvezza dell’anima, sono connessi con gran parte delle pratiche S/M e bondage, ben più terrene, attraverso la mortificazione della carne, nella ricerca del godimento.
Ivo Serafino Fenu

