HUMANITY CIRCUS_ PART TWO

Humanity circus (part two)

Testo a cura di Ilaria Marongiu

Michele Mereu interpreta lo spazio pittorico come un grande contenitore di plurimi significati nel quale inserisce figure di animali, oggetti, innesti umani, architetture industriali, beni di consumo, elementi naturali, segni gestuali prossimi all’astrazione.

Nella complessità degli accumuli di questi soggetti/oggetti, simili a discariche, si ergono bizzarri personaggi che colorano questi ambienti. L’ampio spazio da cui si attinge la visione è caratterizzato da una linea orizzontale talvolta occultata che segna il ritmo della narrazione e fornisce all’osservatore la direzione dello sguardo.

L’orizzonte è come matrice di un mondo prolifero che per partenogenesi si origina da sé prolungandosi nello spazio aereo e nello spazio terrestre nel quale si anima questa strana umanità che ricorda la dimensione circense giocosa e allo stesso tempo l’atmosfera sospesa del teatro dell’assurdo. Lo spazio spesso è interrotto dalla presenza incombente dei palazzi e delle costruzioni di periferia anonime e asettiche, oppure da nature morte post nucleari composte da grovigli materici e rimandi alle forme dell’anatomia umana e animale.

Periferie come spazi interstiziali o non-luoghi che esprimono un immaginario del presente dove le commistioni di elementi polisemici rivelano una condizione umana fortemente sensibile.

I soggetti rappresentati non si esprimono chiaramente, non si schierano, non giudicano, si mascherano, accettano la pluralità di ciò che c’è e di ciò che accade. Esseri oltre il tempo e lo spazio che abitano questa realtà distopica, ancora umani per le emozioni che spesso lasciano trasparire.

In questo scenario si riflette una società che vive la propria quotidianità, i soggetti spesso osservano noi fruitori come se fossimo dei visitatori alieni intenti ad osservare i loro recinti.

Dagli sguardi emergono le contraddizioni del nostro tempo che fanno da specchio creando turbamento, scorci di umanità e spazi antropizzati diventano allegoria del nostro presente e prossimo futuro.

L’artista per la propria sperimentazione visiva si posiziona in una zona grigia dal quale gode di una vista privilegiata. Dal suo punto di osservazione e operatività fa emergere chiaramente l’esigenza di spingere l’osservatore alla riflessione sulla struttura dell’opera in funzione degli stimoli emozionali e razionali di rimando.

Lo slancio espressivo dei soggetti volutamente deformati e resi mutevoli, caratterizza lo svelamento più che il mascheramento dell’interiorità degli stessi, lasciando fluire le forme che si concatenano le une alle altre fino a chiudersi in esperienze visive dense di significato.

De Insula _ Museo Diocesano Oristano

De insula affida all’intelligenza dei collezionisti privati la ricostruzione di pagine di cronaca e di storia del capitale artistico raccolto in Sardegna. Un vasto arco temporale, che abbraccia 160 anni, viene raccontato nei volti, nelle luci, nei costumi e nelle forme attraverso un meraviglioso mondo iconografico in cui tutto parla di noi. Sono presenti 300 opere, tra tele, ceramiche, installazioni e sculture che manifestano i cambiamenti di epoca sia da un punto di vista stilistico sia da un punto di vista antropologico, sociale e culturale. Il viaggio ha inizio in un clima rarefatto, come nel ritratto ieratico di signora, realizzato da un grande maestro dell’Ottocento, e si conclude in un magmatico universo contemporaneo. Emoziona osservare come la continuità di una figurazione classica e tradizionale nei temi, possa riaffiorare sotto nuove vesti nel mezzo di mutate esigenze sociali e istituzionali. Il vecchio che lascia lentamente spazio al nuovo che avanza, conglobandosi e stratificandosi nell’invenzione di una nuova tradizione, e l’irruzione improvvisa dell’influenza di movimenti artistici hanno determinato l’affermazione di un nuovo gusto estetico in una società non sempre pronta e disponibile a recepire l’arte come elemento fondamentale per la crescita di una comunità. Nel frattempo, giovani artisti talentuosi emergono nei primi anni del Novecento e le committenze, non solo istituzionali e cimiteriali, si ampliano lentamente grazie al nuovo ceto borghese in cerca di prestigio e di un posizionamento sociale. Fioriscono sempre più le botteghe, le Mostre di Arte Sarda si affermano e il clima del dibattito culturale si fa più intenso.

Le sale espositive dedicano ancora nel 1921, per esempio, ampio spazio agli artisti dell’Ottocento come Ballero, Rossino e Melis Marini mentre Ciusa si inserisce in modo unico e considerevole come anello di congiunzione che lega il passato al presente dei giovani Altara, Dessy, Albino Manca e Federico Melis. Per assistere al vero cambiamento di paradigma è necessario attendere la fine degli anni’50. Sebbene già Mauro Manca sia stato precursore immaginifico nella produzione artistica isolana, la vera rivoluzione arriva grazie a un folto gruppo di giovani artisti che cercano di spazzare via, con violenza e accesa critica, tutto ciò che rappresenta la tradizione, abbandonando il figurativo e sposando totalmente l’informale. Si costituisce negli anni ‘60 un mondo binario, tradizione che si cristallizza e procede lenta verso il suo naturale declino e sperimentazione che guarda con voluttà al mondo che cambia. L’onda lunga della forza prorompente delle neovanguardie, promossa soprattutto a partire dagli anni ’70 dalla galleria Arte Duchamp di Cagliari, comincia ad assopirsi anch’essa sul finire degli anni ‘80, lasciando incertezza e un vuoto che lentamente viene ricolmato dalle nuove generazioni di artisti che, forse inconsapevolmente, hanno già compiuto una terza rivoluzione estetica, attraverso temi e modelli di un mondo in cui l’Io è esploso, fluido, e si cerca furiosamente di ricomporlo e dargli almeno una forma momentanea.

A cura di Antonello Carboni

Michele Mereu “Io e Jin” acrilico su tela anno 2021 – quadro presente in mostra

OIKOS,la casa di tutti

Al museo Diocesano di Oristano la mostra “Oikos, la casa di tutti”

Le opere di 13 artisti accompagnano il visitatore in una sorta di spazio sospeso nel tempo

L’inquinamento e il degrado provocati dall’uomo rischiano di distruggere la terra.

Gli effetti dei danni ambientali che subisce il territorio sono raccontati dalla suggestiva mostra “Oikos, la casa di tutti”, inaugurata dall’arcivescovo di Oristano al museo Diocesano arborense.

Le opere di 13 artisti, del panorama contemporaneo isolano, accompagnano il visitatore in una sorta di spazio sospeso nel tempo; la casa di una natura incontaminata, nella quale fiori e animali convivono in perfetta armonia ed in perenne primavera.

Un giardino dell’Eden, come sottolinea l’enciclica di Papa Francesco “Laudato si'”, dove si invita l’umanità a coltivare e custodire il giardino del mondo. Tra i temi affrontati dal Papa un ampio spazio è dedicato alla fotografia del degrado della terra, delle acque e del cielo, all’analisi delle cause di questa condizione e ai possibili rimedi da adottare.

“La mostra curata da Anna Rita Punzo – spiega il direttore del museo Silvia Oppo – intende dar forma ad un percorso espositivo capace di evocare l’atmosfera immaginaria ed inviolata del giardino dell’Eden e il senso di degrado e disagio generato dagli effetti dell’inquinamento e dall’uso indiscriminato del territorio da parte dell’uomo”.

STOPOVER ART_”BORDER TOWN”

Michele Mereu

Bordertown
testo critico di Alice Rivagli

STOPOVER ART, Stazione Ferroviaria di Solarussa
Con il Patrocinio del Comune di Solarussa

Nella produzione artistica che Michele Mereu porta in mostra per Bordertown, si avverte una tensione culturale molto forte, quasi un allarme.
Da un lato le immagini della periferia fatiscente evocata nelle sue opere rimandano al fallimento di oramai tutte le politiche di progettazione territoriale e industriale degli ultimi cinquant’anni, e dall’altra puntano il dito sulla necessità, sempre più urgente, di un intervento mirato a dare possibilità di scampo alla nostra società.
I paesaggi post industriali e sub periferici che Michele stigmatizza, caratterizzano questo degrado e abbandono, esito di una parabola discendente che ha trattato il territorio e il paesaggio come una risorsa inestinguibile, un patrimonio da aggredire e depredare impunemente.
Scenari che sembrano avere simili caratteristiche in tutte le periferie urbane, condannate alla solitudine esistenziale, e accomunate da deprivazione sociale e culturale, in una sorta di negativa e indistinta globalizzazione.
Nell’Isola, l’incessante consumo di suolo portato avanti da politiche sbagliate e da una industrializzazione selvaggia e forzata durata molti decenni, è ancor più insopportabile per aver contribuito, in modo sistematico alla desertificazione sociale e ambientale del territorio, e per aver deturpato l’inestimabile bellezza della natura alterandone il volto ambientale, storico ed archeologico.
Del resto non è la prima volta che la periferia è al centro dell’attenzione nell’azione visiva di Michele Mereu, che già con Askosarte ne ha fatto il punto centrale della sua indagine e del suo impegno creativo in Provincia di Oristano, con lo scopo di partecipare a un lavoro collettivo, politico e culturale, per favorirne una riqualificazione e valorizzazione.
Periferia, del resto, guardata con crescente attenzione anche dal mondo della cultura che sempre più spesso elegge come propria patria luoghi appartati e non luoghi, distanti dai centri nevralgici, perché più adatti alla riflessione e alla condivisione di esperienze.

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La stessa STOPOVER ART, la piccola galleria d’arte recentemente inaugurata nella Stazione Ferroviaria di Solarussa, si è posta come atto di coraggio e di sfida contro il disagio e l’emarginazione, a sostegno di un’operazione, nell’era del web, che possa ridefinire nuove centralità, o perlomeno, che sostenga il superamento della concezione dualistica tra centri e periferie.

Alice Rivagli

MA MAISON N’EST PAS GRANDE ELLE EST TRÉS PETITE_Casa Sanna Solarussa

MA MAISON N’EST PAS GRANDE ELLE EST TRÉS PETITE

 LIDIA BACHIS_SIMONE CIREDDU_CESARE DATTENA_LUCIDEDDU_FRANCESCA E DANIELA MANCA _MICHELE MARROCU_TONINO MATTU_MICHELE MEREU_MARCO PILI_EGLE PICOZZI_GIORGIO PODDA_ALFREDO TANCHIS

 Non riesco a trovare pace in nessuna posizione: anche la cosa più morbida su cui mi adagio ha degli spigoli per la mia anima
(Fernando Pessoa)

Che cos’è la Casa, è il posto in cui siamo nati e dove sta la famiglia, un posto che abbiamo scelto, un luogo dove siamo capitati per caso, o è un’idea, una memoria, uno spazio emotivo e sensoriale?

La Casa è dove sta il cuore dice qualcuno, ma che cosa trasforma un posto in una Casa?

Infatti, se per alcuni è spazio protetto dove provare a conoscere sé stessi, dove alimentare il proprio sé, per altri è, al contrario, luogo da cui fuggire il più lontano possibile per potersi ritrovare.

Luogo dove riconoscersi o smarrirsi, la Casa può, di fatto, assumere un significato solo quando si sperimenta un certo livello di lontananza e straniamento da essa. Perché è desiderata e immaginata.

È la storia di Ulisse che cerca di tornare a Casa perché l’ha perduta, la desidera perché vive dei ricordi del passato e delle immagini della nostalgia. Per dieci anni viaggia per terra e per mare per tornare a Itaca, ma una volta giunto a Casa il racconto della sua storia finisce, perché termina l’anelito.

Quel territorio irraggiungibile di sogni e desideri, sfugge, dunque, continuamente nel tentativo stesso di farsene un’idea, e ogni posto in cui scegliamo di stare è, fisiologicamente, già foriero di transitorietà, vista l’impossibilità di appartenere completamente a un luogo, ovunque esso sia.

La frase non c’è alcun posto come Casa propria, infatti, è piuttosto ambigua: non c’è alcun posto “come” Casa propria, che significa che Casa tua è il miglior posto del mondo, tutto ciò che ogni altro posto non è. Ma la stessa frase può essere letta anche come non “c’è” alcun posto come Casa propria, che significa che non esiste un posto, da nessuna parte che possa essere definito Casa propria.

E se da nessuna parte vi è un luogo che sia una Casa, forse, che allora, la casa è il posto in cui siamo, le persone con cui imbastiamo relazioni, e come le tartarughe, ovunque andiamo, dobbiamo portarcela sulla schiena?

Ma Maison, si porge in quest’ottica, come mescolanza di dubbi, luoghi, persone, voci e ricordi che si intrecciano giorno dopo giorno e che diventano la nostra Vita. Angolo vuoto, parentesi in cui fermarsi a meditare e alimentare quello che siamo veramente.

Chiara Schirru

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Michele Mereu _ “Parentado”

CHIAMATEMI ARTURO

Oristano_ Arrubiu Art Cafè_ dal 16.12.2017 al 15.01.2018

Più che avere una linea esterna, mi interessa avere un filo conduttore interno. E il mio è la molteplicità.

Cambiare è il mio modo di crescere, di sentirmi parte di un universo in continua evoluzione, così come il mio essere.

L’arte mi offre il percorso per esprimere queste trasformazioni e per dare forma a questa introspezione, senza cercare molte spiegazioni.

Volutamente lavoro in maniera incoerente, sperimentando tutte le discipline artistiche senza fare distinzione tra mezzi espressivi. Cerco le mie radici nel solco della tradizione e in ciò che ancora lega il tempo alla memoria, e parallelamente, ricerco lo smascheramento dell’illusione tecnica e di pensiero di ciò che oggettivamente presento.

Non accetto le barriere codificate tra i generi, sono insofferente ai luoghi comuni, spesso percorro sentieri solitari e incerti, arte e vita sempre inesorabilmente incatenati.

Chiamatemi come volete, non fa molta differenza, oppure chiamatemi Arturo.

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a Diosa

a Diosa

a cura di Anna Rita Punzo

 …Unu ritrattu s’essere pintore un’istatua ‘e marmu ti faghia s’essere istadu eccellente iscultore ma cun dolore naro “no nd’ischia”…

Salvatore Sini

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Mostra di Arte contemporanea a Sarule Casa Museo “Giudice Ladu”

 Il poeta e la musa, Savatore Sini e Diosa.

La musa è un archetipo divino, l’ideale supremo d’amore a cui l’artista anela, figura enigmatica, affascinante, venerata e celebrata nei secoli; accompagna la mano del pittore, il gesto dello scultore, ispira i versi del poeta. La Beatrice di Dante, la Laura di Petrarca, la Silvia di Leopardi ed ancora la Monique di Matisse, la Gala di Salvador Dalì; il mondo dell’arte ha da sempre le sue muse, donne reali o talvolta semplicemente immaginate da chi a queste figure consacra il proprio talento. Il 23 Luglio del 1915, in un caldo pomeriggio estivo, l’avvocato-poeta di Sarule, Salvatore Sini, dona alla Sardegna la sua più celebre musa: Diosa. A lei dedica i versi di una struggente dichiarazione d’amore, poi musicata e diventata canto, che ancora oggi emoziona.

 I volti di Diosa.

Un capoverso della celebre poesia recita: “…Unu ritrattu s’essere pintore un’istatua ‘e marmu ti faghia s’essere istadu eccellente iscultore ma cun dolore naro “no nd’ischia…” Quest’anno, in occasione delle celebrazioni in onore del poeta, che si svolgeranno nel mese di Settembre a Nuoro ed a Sarule (in concomitanza con la manifestazione “Cortes Apertas”) si vuole raccogliere l’appello di Sini ed invitare una selezione di artisti a rappresentare Diosa, darle un volto, raffigurarla, evocarne l’essenza più intima e celata.

 I volti di Diosa: la mostra tra arte e artigianato tessile.

Attraverso questa mostra, che intende coinvolgere esponenti della pittura, dell’illustrazione, della fiber-art, del design e della fotografia del panorama artistico sardo, Sarule, paese natio di Salvatore Sini, omaggia il suo illustre concittadino ponendo in dialogo poesia ed arte contemporanea. Diosa sarà protagonista di un inedito e suggestivo dialogo tra passato e presente, storia e contemporaneità. Al fine di valorizzare la pregiata tradizione artigianale di Sarule, le tessitrici locali verranno invitate a realizzare un piccolo manufatto tessile, dedicato alla musa ispiratrice del poeta, che riporterà il nome Diosa.

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Michele Mereu, in mostra “Non so se riuscirò mai ad amarti” acrilico su masopan 60×40

 

Man di Nuoro_Sardegna Contemporanea, Spazi, archivi, produzioni

ASKOSARTE – Solarussa

Troppo periferici, fenomenologia dei margini

Progetto espositivo per il MAN di Nuoro,

interno al più ampio progetto: Sardegna Contemporanea, Spazi, archivi, produzioni

a cura di Micaela Deiana

il 13 ottobre 2017, al Museo MAN di Nuoro, è stata inaugurata “Sardegna Contemporanea. Spazi, archivi, produzioni”, terza tappa del programma pluriennale “La Costante resistenziale”, curata da Micaela Deiana e dedicata allo studio delle ricerche più innovative, che a partire dalla fine degli anni Cinquanta, hanno caratterizzato la scena artistica regionale. La mostra propone una ricostruzione della produzione artistica sarda contemporanea, attraverso le proposte espositive di 17 spazi e centri, che hanno caratterizzato la scena locale di questi ultimi decenni.

I progetti presentati resteranno in esposizione al MAN fino al 19 novembre 2017. L’obbiettivo è quello di indagare il linguaggio e l’azione di queste realtà operative nel campo dell’arte contemporanea in Sardegna, la loro simultaneità rispetto ai dibattiti ufficiali dell’arte, la velocità e semplificazione delle collaborazioni, grazie anche al web che ha cambiato le dinamiche relazionali tra centro e periferia.

È in questo scenario che si inserisce il progetto espositivo del Project Space Askosarte di Solarussa (Alice Rivagli, Chiara Schirru, Michele Mereu), che risponde alla chiamata del MAN di Nuoro, con il progetto: TROPPO PERIFERIFERICI, fenomenologia dei margini.

Il titolo, evidentemente ironico, è stato scelto con la consapevolezza che le idee nascono nelle teste degli uomini e che si può essere allo stesso modo creativi a Solarussa così come a New York, prescindendo, il genio umano, dalle coordinate geografiche, che risultano importanti, semmai, per imprimere peculiarità alle creazioni, ma che non rappresentano, di certo, un limite.

La periferia non esiste più: l’arte in paese non è arte paesana e la Sardegna è un Isola, ma non è isolata, come non lo è nessun angolo recondito della terra. Sembrano essere gli uomini e le idee a muovere le cose, e gli strumenti attualmente a disposizione annullano le distanze e aumentano la velocità di realizzazione di un progetto, se c’è la forza del desiderio e la motivazione. Il sostrato culturale e simbolico che appartiene alla nostra Isola, piuttosto che costituire un handicap per gli artisti, può aggiungere peculiarità alla produzione locale.

Askosarte sceglie di portare al MAN di Nuoro un progetto che metta in primo piano gli artisti dell’oristanese, coltivati con impegno e per tanto tempo nel Project Space di Solarussa, dove si sono potuti sperimentare liberamente, senza giudizi e senza premi.

Ai 6 artisti visivi è stato chiesto di indagare la propria identità attraverso i segni e i simboli che spesso, e prepotentemente, filtrano attraverso i lavori artistici, per individuare cosa ancora sia sentito come sacra memoria, cosa sia davvero rimasto degli archetipi del passato, saldamente radicato nel DNA di chi appartiene per nascita o per scelta a questa terra, e cosa sia invece in trasformazione.

Le opere in mostra al Man di Nuoro, sono state tutte esposte, precedentemente, in progetti curati da Askosarte.

Gli artisti in mostra sono:

SIMONE CIREDDU di ORISTANO, che presenta l’installazione Psyché-Canova on Butter, scultura del 2015, fatta con il burro ed esposta per la mostra Papilio, nel Project Space Askosarte di Solarussa.

Simone Cireddu accosta la fragilità della farfalla alla deperibilità del burro, in un’opera temporanea destinata a decomporsi e a sparire, perché ogni trasformazione è insieme, e sempre, una nascita e una morte certa.

DANIELA E FRANCESCA MANCA di SIMAXIS, presentano l’installazione Nutrirsi di Fede, del 2014, presentata per Faith, Rassegna Isola Mutante, nel Project Space Askosarte.

Un grande rosario di cioccolato, appoggiato sopra la candida tovaglia del tavolo apparecchiato nella stanza del MAN, e offerto ai visitatori, alimenta il dubbio che la scelta religiosa sia, a volte, mossa da motivazioni che nulla hanno a che fare con il misticismo. In questo caso il cioccolato diventa simbolo della possibilità di nutrirsi, attraverso la scelta della religiosità, e fuggire da un paese povero.

EGLE PICOZZI di ORISTANO, presenta la stampa fotografica Moreno Dolomia Chanel, anno 2017, concepita per la mostra Identity Bodies.

Moreno Dolomia Chanel in versione Drag Queen, il corpo come tela nella quale dipingere il proprio ego, corpo come libertà di espressione, corpo come luogo da amare e mostrare.

LUCIDEDDU di SOLARUSSA, presenta il video Via! del 2011, opera esposta alla mostra Quixotic.

L’artista affronta la tematica dell’identità di genere, il mondo al femminile, l’autorappresentazione, lavorando in particolare col nudo: un percorso che va dalla masturbazione al rapporto con le altre donne e al lesbismo, in un riscoprire il proprio corpo, i propri desideri, i propri spazi, la propria sessualità, spesso nascosta e repressa o rappresentata in immaginari limitanti.

MICHELE MARROCU di ALES, espone A.B. FEDE, installazione realizzata nel 2013, per la mostra FAITH, Rassegna Isola Mutante.

Rappresenta il concetto di fede dell’artista, in un mondo nel quale avere fiducia nelle relazioni appare sempre più sottovalutato e sminuito, quasi deriso, la fede che si riflette all’infinito nello specchio è per lui un segno di fede senza fine nella relazione di coppia.

TONINO MATTU di ORISTANO, espone due dipinti olio su tela: Physical training e Synth.

Nella veste di un pretenzioso demiurgo, nei dipinti esposti, l’artista omette, aggiunge, distorce la realtà relativa al periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale e del relativo disordine da essa generato, attraverso un linguaggio ibrido, eclettico, nel tentativo di riflettere come uno specchio il mondo circostante, creando così uno spazio eterotopico dove tutto può essere rappresentato.

Nella stanza Askosarte del MAN, vicino alle opere dei giovani artisti, è presente anche un contributo di PROGETTO ASKOS (CHIARA SCHIRRU E MICHELE MEREU), autori di numerosi interventi e fomentatori di idee a fianco dei giovani artisti. Il titolo dell’installazione, (due omogeneizzati di carne di coniglio bianco, posti all’interno di una teca), è Where can I find the rabbit? opera del 2009, presentata a Party con Alice.

La scaltra e per nulla ingenua Alice, fuori dalla favola e riacquistando il nome di Alice Liddell, i bianconigli li alleva e li commercializza sotto forma di omogeneizzati per bambini, con annessa e mirata pubblicizzazione del prodotto in una evidente parodia di quei meccanismi che oramai contraddistinguono anche e soprattutto il mercato dell’arte.
Infine, grazie alla grande apertura dimostrata dai padroni di casa, Askosarte non ha potuto prescindere dal portare in mostra il video performance dell’inaugurazione del MAN DI ORISTANO, realizzato nel 2012, dagli artisti della TAVOR ART MOBIL (BARBARA E MIMMO DI CATERINO).

Il video documenta l’inaugurazione del Man di Oristano, iniziativa performativa e di protesta iniziata su Fb nei confronti delle scelte operate dal MAN di Nuoro che aveva escluso la provincia di Oristano nella mappatura delle realtà espositive attive nel 2012, e poi consolidata attraverso collaborazioni e performance, negli anni successivi.

L’inaugurazione del MAN di Oristano, con tanto di discorso dell’allora consigliere regionale di Cagliari Enrico Lobina, si svolse nello spazio aperto di uno stabile diroccato, presentato come libero e simbolo di nuova dimensione dell’arte, vivo nonostante situato in una delle zone più povere per l’arte contemporanea e con meno sovvenzioni alla causa d’Italia. All’happening parteciparono artisti provenienti da tutta la Sardegna, appassionati alla causa e addetti ai lavori – Askosarte (Chiara Schirru Michele Mereu e Alice Rivagli) Barbara Ardau, Mimmo di Caterino, Matteo Tauriello, Andrea Basciu, Stefano Melis, Stay on fango, Fuori Tema e Movimento oscurantista – dando vita ad una vera e propria performance per mettere l’accento su una realtà provinciale, quella di Oristano, che nonostante le sue ridotte dimensioni e l’assenza di finanziamenti, gode di una forte connotazione intellettuale all’interno della Sardegna.

L’intento ieri come oggi, era quello di dimostrare come l’arte possa vivere anche, e ancora, lontana da incasellamenti e rapporti di sorta, ma autogenerandosi in territori e con modalità più inaspettate.

Alla mostra del MAN di Nuoro, seguirà la pubblicazione del volume Arte Contemporanea in Sardegna (1957-2017), edito da Magonza Editore con il contributo speciale del Banco di Sardegna. Il libro, a cura di Lorenzo Giusti, Micaela Deiana ed Emanuela Manca, che raccoglie una ricca selezione di testi critici sulla produzione artistica in Sardegna a partire dalla fine degli anni Cinquanta, con ricostruzioni cronologiche e affondi tematici dedicati a contesti geografici, gruppi ed eventi.

Multimedia

Alice Rivagli (Askosarte)

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The end

The end

Con il video di Michele Mereu (The end) viviamo un tempo sospeso in cui però accadono cose terribili e meravigliose. il primo piano di una vespa che sale sul vetro è la prima immagine che vediamo e che dura qualche istante, il tempo è, però sufficiente per affezionarci all’insetto, e per provare sofferenza quando, alla fine, la si vede boccheggiare: quasi si trattasse di una morte importante. Durante l’agonia riprese del lungo andito dove con lentezza esasperante si consuma il pomeriggio, un uomo e il suo cane, indolenti, aspettano di poter uscire.
Chiara Schirru

 

OTTOMANI

OTTOMANI


Il rispetto è l’apprezzamento della diversità dell’altra persona, dei modi in cui lui o lei sono unici.

(Annie Gottlieb)

L’armonia nasce dalla diversità, da quelle uniche, peculiari e irripetibili componenti che ogni uomo possiede.
E nell’arte la diversità diventa inarrestabile flusso creativo che porta vitalità e movimento continuo, che evidenzia separazioni ma anche giustapposizioni, discordanze ma anche analogie.
L’armonia nasce dal coinvolgimento attivo di un gruppo di artisti, chiamati a condividere e interpretare lo spazio espositivo della Librid Cafè, per raccontarci la loro arte, che cammina, spesso, parallela alle stesse esistenze, e che esprime emozioni, inquietudini e passioni.
Potenza dell’arte, codice cifrato di ogni tempo, che utilizzando una gamma di modalità espressive che non si preclude niente, dalle più audaci forme installative, alla sempre attuale pittura, sintetizza e rimanda in modo diretto e deciso il nostro presente, disegnando nel contempo, universi, atmosfere e geografie inedite.
Artisti capaci di interagire con ambiti diversi, che non barattano il loro agire con il presupposto che insegue intenti pratici ed esigenze di mercato, ma che traggono ispirazione da una reale spinta creativa, che racchiude in sé il segreto dell’arte che va oltre le apparenze.
OTTOMANI non ha un tema, i cinque artisti: Gianfranco Fedele, Daniela e Francesca Manca, Michele Marrocu e Michele Mereu, provengono da percorsi ed esperienze diverse e portano, ognuno, una proposta personale. Il filo rosso che li accomuna è la libertà da schemi per lo sviluppo dell’indagine prescelta, che dimostra che la diversità può diventare complementarietà e generare realmente innovazione quando si riesce a maturare un’idea e a condividerla con sentimento.
Vengono utilizzati linguaggi e codici comunicativi meno influenzati da meccanismi esterni per alcuni, e da un immaginario introspettivo e intimista per altri, che evidenziano la complessità della scena artistica contemporanea.

Chiara Schirru

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