HUMANITY CIRCUS_ PART TWO

Humanity circus (part two)

Testo a cura di Ilaria Marongiu

Michele Mereu interpreta lo spazio pittorico come un grande contenitore di plurimi significati nel quale inserisce figure di animali, oggetti, innesti umani, architetture industriali, beni di consumo, elementi naturali, segni gestuali prossimi all’astrazione.

Nella complessità degli accumuli di questi soggetti/oggetti, simili a discariche, si ergono bizzarri personaggi che colorano questi ambienti. L’ampio spazio da cui si attinge la visione è caratterizzato da una linea orizzontale talvolta occultata che segna il ritmo della narrazione e fornisce all’osservatore la direzione dello sguardo.

L’orizzonte è come matrice di un mondo prolifero che per partenogenesi si origina da sé prolungandosi nello spazio aereo e nello spazio terrestre nel quale si anima questa strana umanità che ricorda la dimensione circense giocosa e allo stesso tempo l’atmosfera sospesa del teatro dell’assurdo. Lo spazio spesso è interrotto dalla presenza incombente dei palazzi e delle costruzioni di periferia anonime e asettiche, oppure da nature morte post nucleari composte da grovigli materici e rimandi alle forme dell’anatomia umana e animale.

Periferie come spazi interstiziali o non-luoghi che esprimono un immaginario del presente dove le commistioni di elementi polisemici rivelano una condizione umana fortemente sensibile.

I soggetti rappresentati non si esprimono chiaramente, non si schierano, non giudicano, si mascherano, accettano la pluralità di ciò che c’è e di ciò che accade. Esseri oltre il tempo e lo spazio che abitano questa realtà distopica, ancora umani per le emozioni che spesso lasciano trasparire.

In questo scenario si riflette una società che vive la propria quotidianità, i soggetti spesso osservano noi fruitori come se fossimo dei visitatori alieni intenti ad osservare i loro recinti.

Dagli sguardi emergono le contraddizioni del nostro tempo che fanno da specchio creando turbamento, scorci di umanità e spazi antropizzati diventano allegoria del nostro presente e prossimo futuro.

L’artista per la propria sperimentazione visiva si posiziona in una zona grigia dal quale gode di una vista privilegiata. Dal suo punto di osservazione e operatività fa emergere chiaramente l’esigenza di spingere l’osservatore alla riflessione sulla struttura dell’opera in funzione degli stimoli emozionali e razionali di rimando.

Lo slancio espressivo dei soggetti volutamente deformati e resi mutevoli, caratterizza lo svelamento più che il mascheramento dell’interiorità degli stessi, lasciando fluire le forme che si concatenano le une alle altre fino a chiudersi in esperienze visive dense di significato.

De Insula _ Museo Diocesano Oristano

De insula affida all’intelligenza dei collezionisti privati la ricostruzione di pagine di cronaca e di storia del capitale artistico raccolto in Sardegna. Un vasto arco temporale, che abbraccia 160 anni, viene raccontato nei volti, nelle luci, nei costumi e nelle forme attraverso un meraviglioso mondo iconografico in cui tutto parla di noi. Sono presenti 300 opere, tra tele, ceramiche, installazioni e sculture che manifestano i cambiamenti di epoca sia da un punto di vista stilistico sia da un punto di vista antropologico, sociale e culturale. Il viaggio ha inizio in un clima rarefatto, come nel ritratto ieratico di signora, realizzato da un grande maestro dell’Ottocento, e si conclude in un magmatico universo contemporaneo. Emoziona osservare come la continuità di una figurazione classica e tradizionale nei temi, possa riaffiorare sotto nuove vesti nel mezzo di mutate esigenze sociali e istituzionali. Il vecchio che lascia lentamente spazio al nuovo che avanza, conglobandosi e stratificandosi nell’invenzione di una nuova tradizione, e l’irruzione improvvisa dell’influenza di movimenti artistici hanno determinato l’affermazione di un nuovo gusto estetico in una società non sempre pronta e disponibile a recepire l’arte come elemento fondamentale per la crescita di una comunità. Nel frattempo, giovani artisti talentuosi emergono nei primi anni del Novecento e le committenze, non solo istituzionali e cimiteriali, si ampliano lentamente grazie al nuovo ceto borghese in cerca di prestigio e di un posizionamento sociale. Fioriscono sempre più le botteghe, le Mostre di Arte Sarda si affermano e il clima del dibattito culturale si fa più intenso.

Le sale espositive dedicano ancora nel 1921, per esempio, ampio spazio agli artisti dell’Ottocento come Ballero, Rossino e Melis Marini mentre Ciusa si inserisce in modo unico e considerevole come anello di congiunzione che lega il passato al presente dei giovani Altara, Dessy, Albino Manca e Federico Melis. Per assistere al vero cambiamento di paradigma è necessario attendere la fine degli anni’50. Sebbene già Mauro Manca sia stato precursore immaginifico nella produzione artistica isolana, la vera rivoluzione arriva grazie a un folto gruppo di giovani artisti che cercano di spazzare via, con violenza e accesa critica, tutto ciò che rappresenta la tradizione, abbandonando il figurativo e sposando totalmente l’informale. Si costituisce negli anni ‘60 un mondo binario, tradizione che si cristallizza e procede lenta verso il suo naturale declino e sperimentazione che guarda con voluttà al mondo che cambia. L’onda lunga della forza prorompente delle neovanguardie, promossa soprattutto a partire dagli anni ’70 dalla galleria Arte Duchamp di Cagliari, comincia ad assopirsi anch’essa sul finire degli anni ‘80, lasciando incertezza e un vuoto che lentamente viene ricolmato dalle nuove generazioni di artisti che, forse inconsapevolmente, hanno già compiuto una terza rivoluzione estetica, attraverso temi e modelli di un mondo in cui l’Io è esploso, fluido, e si cerca furiosamente di ricomporlo e dargli almeno una forma momentanea.

A cura di Antonello Carboni

Michele Mereu “Io e Jin” acrilico su tela anno 2021 – quadro presente in mostra

VIR_US

VIR_US Casa Naitana _ Solarussa Collettiva arte contemporanea

dal 3 al 18 luglio 2021

Con il patrocinio del comune di Solarussa

Artisti:
Marco Pili_Fabrizio Daprà_Michele Marrocu_Michele Mereu

La parola Virus deriva dalla parola latina virus, che significa “tossina” o “veleno”. Ma la mostra collettiva non vuole essere una mostra sulla pandemia o pseudo-tale dei nostri tempi, argomento, quello dei flagelli sanitari, da sempre indagato nella storia dell’arte dal Trecento a oggi. La mostra indaga le malattie partendo dal vir ovvero quello che è l’uomo che porta in se e con se tutto ciò che è vita compresi i microbi. I lavori in esposizione ripropongono i differenti modi con cui si sviluppano ma soprattutto portano a una riflessione sull’uomo e quali sono le conseguenze delle sue azioni. Il colore e le varie tecniche espressive qui diventano strumento per il racconto della vita biologica dell’uomo con tutti i pro e i contro, tutto quello che è vita viene raccontato con accenti coloristici alcune volte sopraffanti e altre volte minimi ed essenziali. Ma l’uomo viene descritto anche con delle barche-contenitori che ripropongono e si sovrappongono a tutta la storia collettiva di una famiglia, Bios quindi ma anche Vir-us.

WALLS

TITOLO: WALLS – SARDEGNA – CAMPANIA – SPAGNA

ARTISTI: ENZO ANGIUONI – SILVANO CARIA – ANTONIO CIRACI – MARINA DESOGUS – FRANCESCO GIRALDI – ANTONIO GRAZIANO – MICHELE MEREU – MARI PAZ PELLIN SANCHEZ – MARCO PILI – IVO PIRISI – GIANFRANCO RACIOPPOLI – PASQUALE SIMONETTI – ENZO TREPICCIONE – VITTORIO VANACORE

QUANDO: dal 4 luglio al 4 ottobre 2020
INAUGURAZIONE: Sabato 4 luglio ore 19,00

DOVE:Oristano Pinacoteca Comunale Carlo Contini – Hospitalis Sancti Antoni – Via Sant’Antonio
A CURA DI: CHIARA SCHIRRU E PAOLO SIRENA
Il progetto prevede il coinvolgimento di una rosa di artisti visivi sardi campani e spagnoli, esito di un collaudato gemellaggio artistico iniziato nel mese di maggio 2019 negli spazi espositivi della città di Aversa e che prosegue nella città di Oristano.
Il connubio intende collegare virtualmente l’Isola con altre realtà artistiche per favorire lo scambio culturale, la riscoperta del senso di appartenenza al proprio territorio e contemporaneamente la condivisione dell’Arte e dei rispettivi patrimoni.
Il progetto utilizza il linguaggio universale dell’Arte per partecipare alla diffusione dell’accoglienza come filosofia di vita, al fine di creare una società sempre più educata all’incontro con l’altro in un clima di condivisione e di scambio culturale.

WALLS

Tanti muri dividono ancora il mondo. Il muro tra il nord e il sud del pianeta. Tra i ricchi e i poveri. Tra chi perseguita e chi soffre. E anche tra chi ha le chiavi del progresso, dell’informazione, e chi è condannato a vivere nell’ignoranza, nel buio. Non so come o quando li abbatteremo, ma almeno proviamoci, anche solo con una canzone se necessario.
Roger Waters (intervista a Repubblica)

Nel mondo continuamente sono innalzati muri a separare terre, stati, persino borgate della stessa città, per i motivi più disparati: politici, economici, razziali, religiosi, riconducibili comunque sempre, alla determinazione di respingere, separare popoli, gruppi etnici, culture, credi religiosi e stili di vita.
La storia stessa del genere umano potrebbe essere riscritta tramite l’elencazione dei muri e delle barriere che hanno originato o alimentato tensioni e guerre. Muri non solo fisici ma spesso anche invisibili e perciò ancor più difficili da abbattere come quelli dell’ignoranza, della discriminazione, dell’indifferenza e dell’incomunicabilità, muri innalzati dalla paura del diverso o che rinchiudono in mondi virtuali lontani dalla realtà.
Eppure l’evoluzione umana è avvenuta proprio nel momento in cui i popoli si sono incontrati, quando, piuttosto che muri di separazione, sono stati costruiti “ponti” per unire e condividere idee, culture, esperienze di vita.
Per dipiù la storia insegna che ogni muro è destinato ad essere abbattuto dalla forza del desiderio umano che tende verso la libertà e ricerca migliori condizioni di vita, e che dopo ogni distruzione l’uomo, a qualsiasi civiltà appartenga, ritorna comunque a costruire ponti e strade. Demolire i muri innalzati dalla paura e dall’ignoranza per provare insieme a edificare ponti di amicizia è anche l’azione verso cui converge la mostra che si propone per gli spazi della Pinacoteca di Oristano.

Don’t Panic

Guida Galattica per Aspiranti Pittori Sardi

Don’t panic

–Cosa ti ha spinto a diventare un curatore che si concentra sulla pittura sarda contemporanea? Hai uno scopo, una missione? –

Non mi sono mai sentito un curatore, anche quando organizzo eventi lo faccio da artista che ama esprimersi e confrontarsi. Ciò che mi ha spinto ad agire anche nel campo della curatela è stato sicuramente la convinzione della forza delle idee, il pensiero che tutto ciò che trova concretizzazione nasce all’inizio nella testa di un uomo sotto forma di desiderio o di visione, e che la passione per quel sogno, la capacità di immaginare scenari nuovi e futuri, spesso più dei mezzi finanziari, riesca a dare vita a quell’embrione.

Ecco, ero curioso di vedere realizzate le idee che premevano nella mia testa ma non c’erano spazi, o bisognava aspettare tempi lunghissimi per ottenerli. C’erano limiti di tempo, censure per il tipo di produzione da esporre nelle location, o da parte degli organizzatori, o degli amministratori, o di chiunque non comprendesse la libertà di cui necessita l’arte contemporanea.

Organizzare eventi in piena autonomia, dall’inizio alla fine, è diventato, a un certo punto del mio percorso, obbligatorio. È per questo che è stata concepita l’Associazione Askosarte e lo spazio espositivo di Solarussa: dall’impegno personale e dalla necessità di scappare da questa realtà immobile.

Lo scopo è sempre stato quella di essere presenti nel dibattito artistico contemporaneo, e la mission quella di suggerire un’inedita esplorazione dell’Isola che comprendesse unità di presente e memoria, flagranza delle tracce del passato ed inconscio culturale. Spingere verso una consapevolezza artistica che mirasse, nella produzione visiva, all’espressione delle peculiarità individuali, che passano spesso dal luogo e dall’appartenenza a quel luogo. 

1: – Esiste oggi un reale scenario pittorico sardo contemporaneo? Ha senso al giorno d’oggi voler diventare un pittore? –

La creatività è una componente fondamentale per l’uomo che voglia trovare nella vita un equilibrio e un senso, e per gli artisti, investire nel campo della creatività e della cultura, costruire una postazione privilegiata dove sperimentare l’arte attraverso canali che non siano la competizione, l’invidia, la finzione, ma al contrario, la collaborazione, il sostegno, il sogno, significa portare un clima che favorisca un profitto in termini di qualità di vita e crescita, sia individuale che collettiva.

Questo è il senso che mi spinge a dipingere sempre, e quindi rispondo che sì, ha senso fare il pittore.

Riguardo allo scenario pittorico sardo contemporaneo, non credo sia possibile dare una risposta. Come ho detto all’inizio, la poetica artistica cammina a fianco all’uomo, al suo spessore culturale e alla sua maturità globale. Di uomini che sanno fare, che hanno qualcosa da dire ce ne sono senza alcun dubbio anche in Sardegna, anche se caratterialmente, ritengo siamo un po’ chiusi rispetto ad altre realtà, e qui ci sarebbe da parlare ore sul carattere dei sardi, senza approdare a niente di definito, però in qualche modo il nostro modo di vivere l’isola, incide, sia culturalmente che artisticamente. Mi spiego, nonostante il substrato ricco di storia e cultura, non abbiamo ancora imparato a stimare ciò che abbiamo, a riconoscerlo nel suo valore più alto, quello formativo e caratterizzante, quello che dà forza e stima, per cui ancora ci ritroviamo impastocchiati con sagre, folklore, tradizione, confondendole con la cultura e la connotazione di sardità. Componenti fondamentali della storia dell’uomo sardo, ma non fine a sé stesse, non come prerogativa statica da inseminare ovunque, che si tratti di cinema, moda, arte, che invece attingono sì anche da questo, ma ancor più da radici più profonde dell’uomo, fatte di subconscio, emozioni e soprattutto parlando di arte contemporanea, di presente e di tensione al futuro. Un medium, la storia locale, che si deve limitare a contribuire, e non a permeare completamente l’espressione artistica individuale, che deve tirare fuori la parte più profonda dell’artista fatta, invece, di molteplici altre influenze.

2: -Cosa fai per sostenere la realtà pittorica sarda, per contribuire alla sua crescita? C’è qualcosa che non stai facendo e potresti fare in più? –

Con Askosarte, ho creato un clima e una collaborazione tra operatori visivi che spero contribuisca a sostenere questa realtà sarda in luoghi che solo apparentemente sono distanti dai circuiti artistici deputati all’arte. Agisco consapevole che ciò che nasce e si sviluppa in provincia meriti altrettanta attenzione di ciò che viene proposto nei circuiti più percorsi dall’arte, perché la provincia ha una sua dimensione culturale molto forte proprio perché più circoscritta. Ciò che è importante, infatti, non è il luogo ma come lo si interseca con le proprie opere. Localizzare l’arte non significa, infatti, dare spazio a ciò che è prettamente locale o rinnegare apertura e confronto in campo internazionale, ma corrisponde alla consapevolezza del valore delle energie presenti nel territorio, per superare, semmai, un provincialismo alla rovescia, che non crede se non in ciò che viene da fuori.

Askosarte nelle formule proposte nell’organizzare gli eventi espositivi, ha spesso privilegiato il confronto tra gli artisti locali e artisti provenienti dal resto dell’Italia e dall’estero, cercando di evidenziare le differenze o le peculiarità che ne distinguono la provenienza, spesso rilevando che gli artisti si assomigliano, non perché si copino, ma perché, in qualsiasi parte del modo si trovano, sono soggetti agli stessi influssi.

3: -Vista la galoppante ascesa dei social media, in che modo arrivi a conoscere i nuovi pittori sardi con i quali poi collabori? Ti avvali della rete o di altri metodi? –

Il web si è dimostrato uno strumento fondamentale per le relazioni che sono state intessute in tutti questi anni, sia attraverso il sito, il blog, e attraverso fb, annullando le distanze e permettendo scambi e confronti prima impensabili. Un potente strumento per la comunicazione che ha dato modo di ospitare in periferia molti artisti che agiscono anche su canali più noti.

4: –Esiste per te qualche buon esempio, nei modelli nazionali o internazionali, di una politica volta a sostenere lo sviluppo della pittura contemporanea che si potrebbe riproporre qui, per la realtà pittorica contemporanea in Sardegna? –

Non posso parlare di modelli internazionali perché non ho approfondito l’azione di altre realtà. Posso parlare della mia esperienza in Sardegna.  Le istituzioni, tranne qualcuna, sembrano interessate, come dicevo prima, solo al folklore e alle sagre. Tutt’al più investono nell’arte storicizzata e sicura. Credo che si tratti, soprattutto, di mentalità. La maggior parte delle persone vuole queste cose e dunque, non si può dare torto a chi le accontenta. Non c’è grande seguito per l’arte contemporanea, il pubblico gradisce una pittura allegra, colorata, ha paura del turbamento che può suscitare una poetica cupa o dolorosa.

Parlare di collezionismo poi è ancora più complesso e lontano dalla realtà locale (anche se ultimamente si ci sono nuovi nomi nel campo del collezionismo).
Noi abbiamo avuto una bella esperienza con alcuni Comuni illuminati dell’oristanese, amministratori giovani e aperti con cui abbiamo portato avanti l’avventura di “Troppo periferici fenomenologia dei margini”

L’evento coinvolse diversi Comuni della Provincia di Oristano, che avevano, insperabilmente, risposto in modo positivo all’appassionata lettera di Askosarte che chiedeva collaborazione per realizzare eventi espositivi in periferia, argomentando sulla consapevolezza che la creatività non fosse esclusivo appannaggio dei grandi centri, ma che, anzi, la periferia potesse aggiungere peculiarità alla produzione locale. Amministrazioni giovani, di destra e di sinistra, diedero prova di apertura e fiducia per il progetto esposto e per i suoi sostenitori, rendendo possibili tre stagioni ricche di eventi e di collaborazioni. Ideato e curato da Askosarte, l’happening coinvolse, attraverso i diversi linguaggi dell’arte contemporanea, performances fotografia, video, installazioni, i Comuni di Solarussa, di Nurachi di Villanovatruschedu e di Simaxis.

Le comunità locali, anziani, spesso vestiti con gli abiti tradizionali del luogo, coppie con bambini, persone che mai si erano avvicinate all’arte contemporanea prima di allora, o che mai avevano visitato un museo d’arte, si affacciarono, fosse anche perché spinti dalla curiosità, mostrando apertura ad espressioni artistiche, spesso provocatorie e allusive, che seppure non prontamente capite stimolarono accesi dibattiti su questioni sociali, culturali, politiche

Il titolo, evidentemente ironico, venne scelto con la consapevolezza che le idee nascono nelle teste degli uomini e che si può essere allo stesso modo creativi a Solarussa così come a New York, prescindendo, il genio umano, dalle coordinate geografiche, che risultano importanti, semmai, per imprimere peculiarità alle creazioni, ma che non rappresentano, di certo, un limite

Molti furono gli artisti, registi, performer chiamati a partecipare dall’Italia e dall’estero per la Rassegna, che si dimostrò occasione di confronto artistico e di condivisione di esperienze e di “luogo” con gli artisti locali. L’obbiettivo era rendere possibile una stagione di momenti espositivi che stimolasse la fruizione dell’arte in campo locale, ma che favorisse soprattutto l’inserimento dell’arte pensata nell’Isola, in una dimensione globale in grado di confrontarsi con la contemporaneità.

Gli artisti portarono proposte personali, evidenziando un percorso fatto di discordanze, ma anche di similitudini, che rivelò l’infinità di somiglianze che ci portiamo dentro, in qualsiasi parte del globo. Che questi fossero sardi, “continentali” o stranieri, emerse, spesso, una familiarità tra i lavori portati in mostra, dimostrando che gli uomini, in qualsiasi parte della terra, inserendosi in determinate frequenze ed esposti agli stessi stimoli, si esprimono con opere artistiche che presentano forti analogie.

5: –Quale consiglio daresti ad un giovane pittore appena diplomato all’Accademia per affacciarsi nel panorama pittorico contemporaneo isolano? –

Gli artisti oggi sono troppo impegnati a costruirsi il curriculum alla stregua di un manager, attenti a non mischiarsi (Accademie, gallerie, critici ecc.) e a costruire il proprio lavoro secondo le tendenze attuali di moda e mercato.
Non ho consigli da elargire ai futuri artisti, è una questione troppo personale e le risposte non credo di possederle perché ci sono tanti percorsi, uno diverso dall’altro, e ognuno merita rispetto. L’unica cosa che mi sento di dire è quella di cercare di essere onesti con sé stessi a prescindere dall’arte.

6: –Credi che questa guida possa veramente essere utile a qualcuno?

In generale si, tutto serve, fosse anche per disturbare il sonno o l’apatia. Poi, anche questo è individuale, dipende da come tu metterai insieme tutto questo materiale. Chi legge poi, non dovrà limitarsi alla lettura come se ciò che legge fosse un diktat, piuttosto conviene che tutto ciò che si legge, sia inteso come stimolo o provocazione da cui partire per fare, ognuno, una ricerca personale.

Don’t panic

OIKOS,la casa di tutti

Al museo Diocesano di Oristano la mostra “Oikos, la casa di tutti”

Le opere di 13 artisti accompagnano il visitatore in una sorta di spazio sospeso nel tempo

L’inquinamento e il degrado provocati dall’uomo rischiano di distruggere la terra.

Gli effetti dei danni ambientali che subisce il territorio sono raccontati dalla suggestiva mostra “Oikos, la casa di tutti”, inaugurata dall’arcivescovo di Oristano al museo Diocesano arborense.

Le opere di 13 artisti, del panorama contemporaneo isolano, accompagnano il visitatore in una sorta di spazio sospeso nel tempo; la casa di una natura incontaminata, nella quale fiori e animali convivono in perfetta armonia ed in perenne primavera.

Un giardino dell’Eden, come sottolinea l’enciclica di Papa Francesco “Laudato si'”, dove si invita l’umanità a coltivare e custodire il giardino del mondo. Tra i temi affrontati dal Papa un ampio spazio è dedicato alla fotografia del degrado della terra, delle acque e del cielo, all’analisi delle cause di questa condizione e ai possibili rimedi da adottare.

“La mostra curata da Anna Rita Punzo – spiega il direttore del museo Silvia Oppo – intende dar forma ad un percorso espositivo capace di evocare l’atmosfera immaginaria ed inviolata del giardino dell’Eden e il senso di degrado e disagio generato dagli effetti dell’inquinamento e dall’uso indiscriminato del territorio da parte dell’uomo”.

STOPOVER ART_”BORDER TOWN”

Michele Mereu

Bordertown
testo critico di Alice Rivagli

STOPOVER ART, Stazione Ferroviaria di Solarussa
Con il Patrocinio del Comune di Solarussa

Nella produzione artistica che Michele Mereu porta in mostra per Bordertown, si avverte una tensione culturale molto forte, quasi un allarme.
Da un lato le immagini della periferia fatiscente evocata nelle sue opere rimandano al fallimento di oramai tutte le politiche di progettazione territoriale e industriale degli ultimi cinquant’anni, e dall’altra puntano il dito sulla necessità, sempre più urgente, di un intervento mirato a dare possibilità di scampo alla nostra società.
I paesaggi post industriali e sub periferici che Michele stigmatizza, caratterizzano questo degrado e abbandono, esito di una parabola discendente che ha trattato il territorio e il paesaggio come una risorsa inestinguibile, un patrimonio da aggredire e depredare impunemente.
Scenari che sembrano avere simili caratteristiche in tutte le periferie urbane, condannate alla solitudine esistenziale, e accomunate da deprivazione sociale e culturale, in una sorta di negativa e indistinta globalizzazione.
Nell’Isola, l’incessante consumo di suolo portato avanti da politiche sbagliate e da una industrializzazione selvaggia e forzata durata molti decenni, è ancor più insopportabile per aver contribuito, in modo sistematico alla desertificazione sociale e ambientale del territorio, e per aver deturpato l’inestimabile bellezza della natura alterandone il volto ambientale, storico ed archeologico.
Del resto non è la prima volta che la periferia è al centro dell’attenzione nell’azione visiva di Michele Mereu, che già con Askosarte ne ha fatto il punto centrale della sua indagine e del suo impegno creativo in Provincia di Oristano, con lo scopo di partecipare a un lavoro collettivo, politico e culturale, per favorirne una riqualificazione e valorizzazione.
Periferia, del resto, guardata con crescente attenzione anche dal mondo della cultura che sempre più spesso elegge come propria patria luoghi appartati e non luoghi, distanti dai centri nevralgici, perché più adatti alla riflessione e alla condivisione di esperienze.

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La stessa STOPOVER ART, la piccola galleria d’arte recentemente inaugurata nella Stazione Ferroviaria di Solarussa, si è posta come atto di coraggio e di sfida contro il disagio e l’emarginazione, a sostegno di un’operazione, nell’era del web, che possa ridefinire nuove centralità, o perlomeno, che sostenga il superamento della concezione dualistica tra centri e periferie.

Alice Rivagli

MA MAISON N’EST PAS GRANDE ELLE EST TRÉS PETITE_Casa Sanna Solarussa

MA MAISON N’EST PAS GRANDE ELLE EST TRÉS PETITE

 LIDIA BACHIS_SIMONE CIREDDU_CESARE DATTENA_LUCIDEDDU_FRANCESCA E DANIELA MANCA _MICHELE MARROCU_TONINO MATTU_MICHELE MEREU_MARCO PILI_EGLE PICOZZI_GIORGIO PODDA_ALFREDO TANCHIS

 Non riesco a trovare pace in nessuna posizione: anche la cosa più morbida su cui mi adagio ha degli spigoli per la mia anima
(Fernando Pessoa)

Che cos’è la Casa, è il posto in cui siamo nati e dove sta la famiglia, un posto che abbiamo scelto, un luogo dove siamo capitati per caso, o è un’idea, una memoria, uno spazio emotivo e sensoriale?

La Casa è dove sta il cuore dice qualcuno, ma che cosa trasforma un posto in una Casa?

Infatti, se per alcuni è spazio protetto dove provare a conoscere sé stessi, dove alimentare il proprio sé, per altri è, al contrario, luogo da cui fuggire il più lontano possibile per potersi ritrovare.

Luogo dove riconoscersi o smarrirsi, la Casa può, di fatto, assumere un significato solo quando si sperimenta un certo livello di lontananza e straniamento da essa. Perché è desiderata e immaginata.

È la storia di Ulisse che cerca di tornare a Casa perché l’ha perduta, la desidera perché vive dei ricordi del passato e delle immagini della nostalgia. Per dieci anni viaggia per terra e per mare per tornare a Itaca, ma una volta giunto a Casa il racconto della sua storia finisce, perché termina l’anelito.

Quel territorio irraggiungibile di sogni e desideri, sfugge, dunque, continuamente nel tentativo stesso di farsene un’idea, e ogni posto in cui scegliamo di stare è, fisiologicamente, già foriero di transitorietà, vista l’impossibilità di appartenere completamente a un luogo, ovunque esso sia.

La frase non c’è alcun posto come Casa propria, infatti, è piuttosto ambigua: non c’è alcun posto “come” Casa propria, che significa che Casa tua è il miglior posto del mondo, tutto ciò che ogni altro posto non è. Ma la stessa frase può essere letta anche come non “c’è” alcun posto come Casa propria, che significa che non esiste un posto, da nessuna parte che possa essere definito Casa propria.

E se da nessuna parte vi è un luogo che sia una Casa, forse, che allora, la casa è il posto in cui siamo, le persone con cui imbastiamo relazioni, e come le tartarughe, ovunque andiamo, dobbiamo portarcela sulla schiena?

Ma Maison, si porge in quest’ottica, come mescolanza di dubbi, luoghi, persone, voci e ricordi che si intrecciano giorno dopo giorno e che diventano la nostra Vita. Angolo vuoto, parentesi in cui fermarsi a meditare e alimentare quello che siamo veramente.

Chiara Schirru

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Michele Mereu _ “Parentado”

CHIAMATEMI ARTURO

Oristano_ Arrubiu Art Cafè_ dal 16.12.2017 al 15.01.2018

Più che avere una linea esterna, mi interessa avere un filo conduttore interno. E il mio è la molteplicità.

Cambiare è il mio modo di crescere, di sentirmi parte di un universo in continua evoluzione, così come il mio essere.

L’arte mi offre il percorso per esprimere queste trasformazioni e per dare forma a questa introspezione, senza cercare molte spiegazioni.

Volutamente lavoro in maniera incoerente, sperimentando tutte le discipline artistiche senza fare distinzione tra mezzi espressivi. Cerco le mie radici nel solco della tradizione e in ciò che ancora lega il tempo alla memoria, e parallelamente, ricerco lo smascheramento dell’illusione tecnica e di pensiero di ciò che oggettivamente presento.

Non accetto le barriere codificate tra i generi, sono insofferente ai luoghi comuni, spesso percorro sentieri solitari e incerti, arte e vita sempre inesorabilmente incatenati.

Chiamatemi come volete, non fa molta differenza, oppure chiamatemi Arturo.

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a Diosa

a Diosa

a cura di Anna Rita Punzo

 …Unu ritrattu s’essere pintore un’istatua ‘e marmu ti faghia s’essere istadu eccellente iscultore ma cun dolore naro “no nd’ischia”…

Salvatore Sini

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Mostra di Arte contemporanea a Sarule Casa Museo “Giudice Ladu”

 Il poeta e la musa, Savatore Sini e Diosa.

La musa è un archetipo divino, l’ideale supremo d’amore a cui l’artista anela, figura enigmatica, affascinante, venerata e celebrata nei secoli; accompagna la mano del pittore, il gesto dello scultore, ispira i versi del poeta. La Beatrice di Dante, la Laura di Petrarca, la Silvia di Leopardi ed ancora la Monique di Matisse, la Gala di Salvador Dalì; il mondo dell’arte ha da sempre le sue muse, donne reali o talvolta semplicemente immaginate da chi a queste figure consacra il proprio talento. Il 23 Luglio del 1915, in un caldo pomeriggio estivo, l’avvocato-poeta di Sarule, Salvatore Sini, dona alla Sardegna la sua più celebre musa: Diosa. A lei dedica i versi di una struggente dichiarazione d’amore, poi musicata e diventata canto, che ancora oggi emoziona.

 I volti di Diosa.

Un capoverso della celebre poesia recita: “…Unu ritrattu s’essere pintore un’istatua ‘e marmu ti faghia s’essere istadu eccellente iscultore ma cun dolore naro “no nd’ischia…” Quest’anno, in occasione delle celebrazioni in onore del poeta, che si svolgeranno nel mese di Settembre a Nuoro ed a Sarule (in concomitanza con la manifestazione “Cortes Apertas”) si vuole raccogliere l’appello di Sini ed invitare una selezione di artisti a rappresentare Diosa, darle un volto, raffigurarla, evocarne l’essenza più intima e celata.

 I volti di Diosa: la mostra tra arte e artigianato tessile.

Attraverso questa mostra, che intende coinvolgere esponenti della pittura, dell’illustrazione, della fiber-art, del design e della fotografia del panorama artistico sardo, Sarule, paese natio di Salvatore Sini, omaggia il suo illustre concittadino ponendo in dialogo poesia ed arte contemporanea. Diosa sarà protagonista di un inedito e suggestivo dialogo tra passato e presente, storia e contemporaneità. Al fine di valorizzare la pregiata tradizione artigianale di Sarule, le tessitrici locali verranno invitate a realizzare un piccolo manufatto tessile, dedicato alla musa ispiratrice del poeta, che riporterà il nome Diosa.

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Michele Mereu, in mostra “Non so se riuscirò mai ad amarti” acrilico su masopan 60×40